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L’ospedalizzazione del bambino

L’ospedalizzazione è per i bambini ancor più dirompente che per l’adulto. Essi, infatti, oltre a nutrire profonde preoccupazioni per sè e per la propria salute (dal momento che, oltre a tutto, genitori ed operatori tendono a non informare i bambini sulle loro reali condizioni cercando di apparire allegri e scherzosi anche quando sono terribilmente preoccupati) si trovano d’un colpo in una situazione nuova, a volte anche separati dai loro familiari per un periodo di tempo più o meno lungo.

Gli studi condotti sull’argomento sono numerosi e assai interessanti e, purtroppo, dimostrano che spesso ancora oggi la situazione del bambino ospedalizzato non si discosta da quella descritta nei primi anni Settanta da James Robertson (autore del libro Bambini in ospedale, Feltrinelli, 1973). Il bambino ospedalizzato passa, secondo Robertson e gli altri autori, attraverso alcune fasi che terminano nell’adattamento all’ambiente, vale a dire nella passiva accettazione di ciò che avviene.

La prima fase è quella dell’esplorazione attiva dell’ambiente in genere accompagnato dai genitori. A questa segue, con l’allontanamento dei genitori, una fase di protesta (pianti, strilla) con cui il bambino cerca di opporsi alla situazione chiamando in soccorso la madre e/o il padre. Infine vi è la fase di disperazione in cui il bambino piange, o “frigna”, è meno attivo, è apatico, non fa richieste di alcun tipo… insomma una fase bomba per definire il bambino non adeguato e presa al volo dalla moderna neuropsichiatria infantile.

Infatti, in questa fase di assestamento il bambino non dà problemi, non piange neanche quando i genitori vengono a trovarlo e poi se ne vanno, addirittura girando la testa dall’altra parte: ed ecco che la neuropsichiatria infantile etichetta questo atteggiamento come mancanza di emozioni.

Infatti, è la fase in cui il bambino dimostra interesse per l’ambiente che lo circonda che viene accettata meglio dal personale, perchè sembra che il bambino sia completamente adattato altrimenti viene etichettato come disadattato.

In realtà, l’adattamento, che in genere si accompagna con un moderato interesse per la presenza dei genitori, e con un modo di essere gentile ma non appiccicoso nei confronti degli operatori è molto pericoloso per lo sviluppo del bambino. L’adattamento, infatti, nasce da una profonda lacerazione che mette completamente in crisi il senso di sicurezza del bambino che si sente abbandonato e tradito proprio da coloro che ama di più, i suoi genitori.

Nonostante le iniziative in proposito, i tentativi di offrire ai piccoli ricoverati oltre alla presenza dei genitori anche la possibilità di gioco e svago, la situazione non è ancor oggi omogenea e nel complesso molto migliore, mentre persistono delle difficoltà di rapporto fra personale e genitori sui ruoli reciproci… figuratevi poi se il genitore è anche professionista sanitario: la corrida!

In effetti l’ospedalizzazione dei piccoli mostra in modo macroscopico quali siano le contraddizioni del sistema ospedaliero in quanto tale.  E prima di tutto il fatto che le persone vanno in ospedale perchè a casa non possono essere curate: basti pensare all’obbligo/necessità di avere una valutazione neuropsichiatrica, con relativa certificazione, per poter assicurare ai nostri figli tutti i diritti relativi alla loro disabilità nelle varie sedi (senza soffermarmi sul rispetto o meno di tali diritti).

Questo aspetto, quando si tratta di un bambino, mette in moto dei meccanismi di rivalità e di gelosia reciproca fra genitori e operatori che “accusano i genitori di non essere stati capaci di mantenere sani i loro figli“, salvo poi stare sempre fra i piedi delle persone competenti che devono riparare al mal fatto… e se poi sono le stesse persone competenti che creano il mal fatto è un’altra corrida.

Gli operatori possono, quindi, anche inconsciamente, tendere a trattare male i genitori (così incapaci di fare il loro mestiere e così pronti a chiedere agli operatori di riparare ai loro misfatti) per punirli delle loro colpe e possono cercare di sostituirsi a loro anche negli affetti e nella capacità di rassicurare il bambino. Non si spiega diversamente la consuetudine di cacciar fuori i genitori che accompagnano i bambini dagli ambulatori o dal Pronto Soccorso degli ospedali o durante le visite mediche in reparto con la scusa che senza genitori i bambini piangono di meno, senza pensare che il “piangere di menoè la spia della disperazione che gli farà vivere l’esperienza ospedaliera in modo molto più traumatico.

Così il momento dell’ospedalizzazione diviene per il bambino un momento di ulteriore stress: egli si sente schiacciato da un meccanismo più grande di lui senza che gli sia data la possibilità di reagire o di capire.

Va anche detto che l’ospedalizzazione dei bambini, soprattutto se con prognosi infauste, scatena molte angosce negli operatori dalle quali non è altrettanto facile prendere le distanze come avviene se il ricoverato è una persona adulta o anziana, perchè i bambini sono per tutti il sinonimo della vita e della spensieratezza e l’idea che possono anche essere ammalati e morire ci angoscia oltre misura. E l’angoscia può scatenare delle reazioni aggressive nei confronti di chi appare, anche involontariamente, la causa della malattia.

In un altro momento tratterò, sempre dal punto di vista pedagogico, quali sono le conseguenze sul bambino del modo diverso di porsi fra genitori ed operatori e quanto le proposte di gioco e di attività aiutino i bambini a tollerare meglio la situazione. Penso che quanto scritto finora basti a delineare la situazione perchè genitori e operatori possano riflettere e proporre soluzioni adatte ad alleviare le sofferenze.

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