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Operatori sanitari ed educazione alla salute

Il timore dell’indisciplina e degli effetti nefasti per il rapporto terapeutico, legato al timore che essi si “lascino traviare” dai consigli di altre persone per loro definizione “inaffidabili” emerge chiaramente nel rapporto fra pediatri, e fra tutti quegli operatori sanitari che si occupano di bambini piccoli in genere e i genitori dei piccoli.

Sia le modalità con cui vengono forniti i consigli, sia il tipo di consiglio fornito, sia la medicalizzazione spinta di ogni aspetto della vita del bambino, sia le accuse rivolte ai genitori (spesso sempre più alle madri) che “fanno di testa loro” hanno le caratteristiche di un rapporto in cui l’operatore assume il ruolo del padre severo e fermo e i genitori quello dei figli un pò discoli che devono essere ricondotti con autorità sulla retta via.

Gli operatori sanitari non si limitano più a fornire assistenza medica e/o infermieristica e/o riabilitativa, ma sono divenuti, di fatto, coloro che dispensano consigli sull’educazione dei bambini.

Ecco alcuni esempi che esulano dalle competenze sanitarie:

  • quanto lasciar piangere un bambino prima di intervenire
  • se allattare il bambino quando lo desidera oppure seguire orari rigidi
  • quale tipo di vestiti debba indossare il bambino
  • se è il caso di inserire il bambino al nido
  • se la fragile psiche del bambino potrà reggere la scuola materna
  • etc. etc. etc. etc.

Infatti la cosa non finisce qui: gli operatori danno sempre più pareri sulla “normalità” del bambino per quanto riguarda l’altezza o il peso anche in assenza di patologie e senza pensare minimamente alle ansie che essi possono causare nei genitori e all’immediata ricerca di consulti medici o di farmaci per “curare” la magrezza o l’altezza di un bambino normale. Alcune ricerche hanno evidenziato che il 50% dei bambini portati ad una visita medica sono sani, il 10% viene portato dal medico perchè i genitori desiderano dei consigli, e per il resto si tratta per lo più di patologie minori (Nordio, Chiarelli, Giglio).

In una parola oggi l’operatore sanitario è la persona più ascoltata sulla “normale” crescita del bambino e ciò non sarebbe forse male se egli assolvesse questo compito in modo paritario, discutendo con i genitori e non cercando di indottrinarli, permettendo loro di parlare e non monologando, non proponendo loro i suoi personali criteri di valutazione.

Ad esempio pensate a come la storia si ripete quando ho letto che in una ricerca condotta osservando delle visite pediatriche in un “consultorio per neonati” nella periferia parigina (Boltanski nel lontano 1972) risultò che durante le visite (la cui durata variava dai 20 ai 5 minuti) il 73% delle parole fu pronunciata dagli operatori. Di queste il 43% furono domande rivolte alle madri, il 27% prescrizioni o consigli,il 23% erano constatazioni sul bambino (è bello, è grasso, è magro, che naso aggraziato, che gambe storte etc etc) e solo il 3% rispondevano alle domande dei genitori.

La cosa interessante era che i medici facendo osservazioni sul bambino pensavano di personalizzare la visita, mentre in realtà esprimevano solo il loro personalissimo e discutibilissimo parere che però, provenendo da loro, finiva con l’assumere valore di legge.

Il modo così intrusivo dei medici e il desiderio dei genitori di avere il parere del medico su ogni spetto della vita del bambino hanno origini storiche assai precise: dalle battaglie dei medici igienisti dell’Ottocento (sulle quali non mi soffermo altrimenti scrivo un poema) e che le scoperte di Pasteur resero ancora più sicuri di sè (moralizzazione della vita delle famiglie), e dal desiderio trattenuto per troppi secoli dalle popolazioni di avere accesso alla scienza medica fino a poco tempo prima destinata solo ai nobili e ai ricchi.

La visita, o il colloquio, hanno spesso la caratterisitca di un interrogatorio (pensiamo ai test che vengono propinati ai nostri figli) durante il quale l’operatore descrive dei sintoi che ritiene facciano parte del quadro del paziente e il paziente può solo assentire o negare. Ogni sintomo denunciato dal paziente che non sia ricollegabile con lo schema che l’operatore ha in mente verrà scartato come poco interessante o di minore importanza. Ma se il paziente insisterà sul sintomo definito di secondaria importanza l’operatore si innervosirà e lo tratterà male o da isterico (questo l’ho vissuto in prima persona quando ho mostrato esami inconfutabili di mio figlio, e proseguirò a denunciarlo con forza in ogni sede).

Si arriva così al paradosso di ritenere i sintomi presentati dal paziente come espressione di grave malattia (per esempio disturbo dello spettro autistico) quando invece una più attenta e onesta considerazione dei fatti nonchè un modo meno stereotipato di pensare potrebebro far considerare gli stessi sintomi come espressione di altra problematica (per esempio sindrome encefalica post-vaccinale) oppure addirittura come espressione di piena salute (per esempio un bambino che saltella felice non è possibile etichettarlo come patologico e iperattivo).

Un esempio ancor più paradossale di piena possibilità di scambiare dei sintomi di salute per sintomi di malattia perchè non si ascolta con attenzione il paziente o si è letteralmente fuorviati dal proprio mestiere da non essere in grado di discernere più la normalità dalla patologia è quello riportato nei testi di Auconi (Introduzione alle non malattie infantili oppure La salute di domani. Sopravviveranno i nostri figli all’azienda sanità?) dove si racconta la storia (ridicola se non fosse ahimè tragica) di un bambino di due anni ricoverato d’urgenza in ospedale a causa di ripetuti episodi di perdita di coscienza. Il povero bambino, sospettato di epilessia o di acetone o di un eccessivo calo di glicemia a digiuno (???) fu sottoposto ad un’infinità di test e successivamente ricoverato in un altro ospedale per ulteriori accertamenti perchè i risultati furono assolutamente nella norma.

Ad un successivo ricovero in un altro ospedale per una malattia respiratoria la madre fu invitata a raccontare gli episodi di perdita di coscienza e fu ascoltata con attenzione. Il risultato fu una diagnosi di “sonnellini pomeridiani“!!!!!!

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