Diagnosi: TIMIDEZZA

La storia della timidezza ci svela quali meccanismi si mettono in moto per far sì che una malattia possa trovare la sua collocazione sul mercato.

Nel 1998 la ditta Smith Kline Beecham (fusasi poi nel 2000 con la Glaxo Wellcome nell’attuale Glaxo Smith Kline) ha chiesto alla FDA, l’autorità americana preposta all’immatricolazione dei farmaci, di autorizzare la vendita del PAXIL (PAROXETINA) per curare una malattia che veniva chiamata dapprima fobia sociale e poi anche disturbo sociale dovuto ad ansia (Self rating Anxiety Scale – SAS). Si tratta di una forma di timidezza che la ditta pensava fosse possibile diagnosticare. Era stata inserita nel 1980 nell’elenco delle malattie in uso negli Stati Uniti (DSM), ed era stata classificata come “estremamente rara”.

Tuttavia la sindrome sembrava offrire buone possibilità all’industria del farmaco. A chi non viene il batticuore per l’emozione se deve parlare in pubblico?… Chi non patisce di febbre della ribalta?… Quando si fanno i sondaggi di opinione, circa il 50% delle persone interpellate dice di soffrire di timidezza.

Mentre la procedura per l’immatricolazione del nuovo farmaco era ancora in corso, la Smith Kline Beecham cominciava a rendere noti al pubblico gli inconvenienti che potevano essere causati dalla timidezza. All’agenzia di pubbliche relazioni Cohn & Wolf veniva affidato il compito di “far passare tra la gente l’idea che i disturbi causati dall’ansia potevano costituire un grave stato di malessere“, per usare la parole della rivista specializzata “PR News“.

Poco tempo dopo la stessa ditta ha lanciato lo slogan che ricordava come parecchie persone avessero reazioni allergiche nei confronti del loro prossimo: “Imaging Being Allergic to People“.

Vicino alle fermate d’autobus delle città americane sono comparsi cartelloni pubblicitari che raffiguravano un giovanotto dall’aria afflitta. Sotto si leggevano frasi del tipo: “Sei tutto rosso in faccia, sudi, tremi come una foglia… Quasi non riesci a respirare. Così ti riducono i disturbi causati dall’ansia“. Il cartellone non riportava nomi di medicinali o di case farmaceutiche. Era però indicata la sigla di una “Coalizione per la lotta ai disturbi sociali provocati dall’ansia“, coalizione composta da tre associazioni note per la loro azione nel campo degli interessi collettivi: l’Associazione Americana degli Psichiatri (per intenderci la stessa che dichiara “normale” la pedofilia), la Anxiety Disorders Association of America e il gruppo di auto-aiuto Freedom from Fear.

Tuttavia le tre associazioni di cui sopra, che apparentemente non agivano a scopo di lucro, non si erano messe insieme di propria iniziativa: la coalizione era sorta col sostegno finanziario della Smith Kline Beecham. E la ditta che per incarico della coalizione forniva ai media le informazioni necessarie era l’agenzia di pubbliche relazioni Cohn & Wolfe. Essa aveva prodotto un videoclip sull’argomento e aveva rilasciato una dichiarazione, nella quale si affermava che i disturbi sociali provocati dall’ansia “riguardavano il 13,3% della popolazione”. Pertanto, dopo la depressione e l’alcolismo, la SAS sarebbe dunque la più frequente delle malattie psiciatriche negli Stati Uniti.

In precedenza gli psichiatri si erano sempre trovati d’accordo nel ritenere che soltanto il 2 o 3% della popolazione statunitense avesse a che fare con quel problema. Come si era potuti arrivare a un aumento così rilevante del numero delle persone afflitte da timidezza?

Il fatto che milioni di persone risultassero in preda a timidezza patologica era dovuto alla decisione presa da una commissione ristretta di scienziati, che aveva modificato la definizione del malessere sociale causato dall’ansia. Gli esperti da un lato avevano incluso nel quadro clinico della malattia una sottospecie molto comune ad essa, dall’altro avevano eliminato un criterio diagnostico rigoroso, vale a dire “l’impulso ossessivo ad evitare gli altri“. Da allora in poi ogni persona timida poteva essere considerata malata anche soltanto se la ritrosia da cui era affetta le causava “difficoltà rilevanti“.

Per dare un volto alla malattia la Cohn & Wolfe ha messo subito a disposizione dei giornalisti alcuni pazienti che avevano facilità di eloquio. Il Chicago Tribune ad esempio, ha riportato la dischiarazione di una donna che diceva: “Per fare qualsiasi cosa dovevo faticare dieci volte di più degli altri. Avere la SAS significa che le preoccupazioni che ti affliggono possono essere un lavoro a tempo pieno. E se aggiungiamo che ho sempre lavorato a orario pieno, si spiega come mai mi sentivo sfinita, sempre sfinita” (a questo link l’articolo d’indagine da The Guardian).

Si è spesso fatto il nome di una donna, Grace Dailey, la cui immagine era comparsa anche in video commerciale. E’ stato anche citato lo psichiatra Jack Gorman, il cui contributo alla campagna evidentemente non è stato del tutto disinteressato. Secondo le indagini compiute dal quotidiano britannico The Guardian, veniva pagato come consulenta dalla Smith Kline Beecham e da almeno altre 12 case farmaceutiche (pensate come si ripete questa storia deliquenziale!)

La campagna pubblicitaria relativa ai disturbi sociali dovuti all’ansia ha avuto un sucesso che può essere valutato in cifre. Nei due anni che hanno preceduto il periodo in cui la FDA ha concesso la sua autorizzazione alla vendita del PAXIL, sui media statunitensi erano apparsi meno di 50 servizi sull’argomento. Ma nel maggio 1999, quando la FDA ha comunicato la propria decisione sull’autorizzazione alla vendita di quel farmaco, sono apparsi meno di 50 servizi sull’argomento. Alla fine del 2001 il PAXIL, il rimedio contro l’ansia sociale e generalizzata, era entrato a far parte degli antidepressivi più venduti, allo stesso modo del PROZAC, il farmaco fino ad allora considerato classico per quel tipo di malattie.

Anche qui in Italia i disturbi causati dall’ansia stanno avendo un grosso boom. Ce lo fanno sapere diversi studi informandoci che colpisce quasi il 2% della popolazione, con maggior frequenza nelle donne rispetto agli uomini. Ciò presuppone che un qualunque centro scientifico, sponsor d’indagine, avrà molto lavoro assicurato in futuro.

Già nel 1982 il dizionario enciclopedico tedesco Brockhaus affermava che “l’ipotesi piuttosto diffusa che la civiltà moderna favorisca lo sviluppo di malattie mentali non è dimostrabile in senso rigorosamente scientifico“. E Asmus Finzen, uno psichiatra di Basilea, sostiene che nel XX secolo il numero dei malati mentali presenti nella società è rimasto lo stesso. Il 2% della popolazione soffre di una grave malattia psichica, il 2% è in cura da uno psichiatra e una quota che oscilla dal 20 al 30% si trova in “non buona salute psichica” in certi periodi della vita. Finzen aggiunge però che questi problemi di natura personale spesso durano per poco tempo e scompaiono da soli: chi oggi si sente abbattutto, già domani può aver ritrovato il buonumore.

News in Pictures

  • dottor montanari
  • trump-kennedy
  • sierogruppi-men-mondo
  • policlinico-gemelli
  • crack sanità
  • ilva
  • vaccinarsi-in-gravidanza
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: