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Torniamo a parlare di vaccino HPV

A ottobre 2010 la TV Svizzera Italiana ha trasmesso un fantastico servizio inchiesta sul Gardasil, vaccinazione anti-papillomavirus e HPV in generale, della quale potete apprezzare le parti salienti nel filmato allegato in un raro esempio di inchiesta giornalistica [che potete trovare nella sua versione integrale a questo indirizzo http://la1.rsi.ch/_dossiers/player.cfm?uuid=a2584a7d-0c27-457e-922f-368f4020e658] alla quale ha partecipato anche il noto oncologo Franco Cavalli.

La recente notizia relativa alle prime richieste di indennizzo per gli effetti collaterali prodotti dal vaccino Gardasil contro il papilloma virus in Francia, riaccende la polemica in merito alla sicurezza di questo vaccino per il quale, non solo è già stata avviata una sperimentazione in Puglia  ma si sta spingendo per somministrarlo anche nei maschi.

La storia del vaccino HPV è semplice e se vogliamo, è sempre la stessa che riguarda tanti altri vaccini in produzione: si scopre un virus, si mette paura alla gente, si raccolgono fondi, si fa un vaccino e poi lo si vende.

Non importa se il virus mostrerà i suoi effetti peggiori:

- una volta su diecimila - solo in condizioni immunitarie compromesse - solo nell’arco di 30 anni

…il virus fa paura, quindi lo facciamo fuori. Ed ecco il Gardasil: il vaccino più costoso della storia (3 iniezioni, 500 euro).


In America esiste un organizzazione chiamata Judicial Watch che si descrive come “fondazione apartitica che promuove trasparenza, credibilità e moralità nel governo, nella politica e nella legge“. Nella sua dichiarazione di intenti si richiamano alti standard etici e morali nella vita pubblica americana per evitare che gli ufficiali giudiziari possano abusare della loro posizione a danno del privato. Se ne parla poco in Italia, oppure viene citata velocemente, ma questa organizzazione ha già ottenuto diversi successi negli USA: da noi si parlò molto del caso di Terry Schiavo.
Judicial Watch fu l’organizzazione che permise a questa storia di fare il giro del mondo e fu anche l’organizzazione che svelò i piani di fuga della famiglia Bin Laden dopo i fatti dell’11 settembre.

Judicial Watch ha messo sotto la sua lente di ingrandimento il vaccino HPV che non riguarda solo gli americani. Questa cosa può interessare anche noi, i nostri cari e le nostre vite. E molto da vicino…

Judicial Watch da qualche tempo sta portando avanti un progetto per rendere più trasparente la faccenda Gardasil-HPV. Viene da chiedersi, perché questo bisogno di trasparenza?
Ovvio: non ci dicono le cose che possono salvarci la vita. Ci fanno morire come bestie. In nome dei loro dividendi.

Il 30 giugno 2008 è stato pubblicato un rapporto in cui si viene a sapere che, da settembre 2007 a maggio 2008 (9 mesi in tutto), la somministrazione di Gardasil ha provocato queste conseguenze:
– 10 donne morte (qui la fonte)
– 140 donne con gravi effetti collaterali (qui la fonte), 27 delle quali in pericolo di vita
– 10 aborti spontanei (qui la fonte)
– 6 donne che hanno contratto la sindrome di Guillain-Barre (qui la fonte)

….. e così via fino al report di Settembre 2010 che riporta 3589 reazioni avverse in ambo i sessi (qui la fonte)

Il messaggio che voglio dare non è di ignorare la malattia in sé, ma è di informarsi prima di sottoporre il proprio corpo e la propria vita ad un rischio simile. Esistono altre forme di prevenzione, altrettanto efficaci.

Infatti, ci sono fortissime pressioni commerciali da parte delle Ditte produttrici, sia a livello politico che dei mass media, per promuovere campagne di vaccinazione di massa contro il Papillomavirus, ma a livello scientifico ci sono grandi perplessità, dubbi e preoccupazioni sul reale rapporto rischio/beneficio di questo vaccino (come mostrato nel filmato).

– L’infezione da HPV è comune, ma il rischio di sviluppare un carcinoma è eccezionale, richiede decenni e può essere evidenziato precocemente da periodici e innocui Pap-test che in ogni caso devono essere eseguiti anche nei vaccinati, perché il vaccino copre solo contro 2 dei 15 ceppi ad alto rischio tumorale.

– Mancano studi clinici longitudinali condotti da ricercatori indipendenti dall’Industria farmaceutica sull’efficacia del vaccino.

– Mancano informazioni corrette ed esaustive sui reali effetti indesiderati di questa vaccinazione e stanno diventando sempre più numerose le segnalazioni di gravi danni da vaccino.

– Mancano completamente informazioni sulla durata della protezione e sulla reale capacità di prevenire veramente non le lesioni precancerose ma il carcinoma del collo dell’utero.

– Non si sa come si modificheranno i numerosissimi tipi di HPV in risposta allo stimolo vaccinale: gli altri tipi virali non coperti dal vaccino diventeranno ancora più cancerogeni?

– Ci sono azioni di marketing da parte dell’Industria farmaceutica per esagerare questa malattia e creare dei falsi bisogni allo scopo di giustificare l’acquisto del suo farmaco?

Nulla sembra turbarci più del cancro, tra tutte le malattie che ci affliggono. Nonostante i progressi e una divulgazione scientifica rassicurante, per cui abbiamo ormai imparato che va distinto in svariate tipologie di differente gravità, il cancro resta, nell’immaginario collettivo, la bestia nera che vorremmo tenere il più possibile lontana.
Non dobbiamo stupirci, perciò, del sollievo con cui viene accolta la notizia che, almeno per il carcinoma invasivo del collo dell’utero, si affaccia la promessa di una nuova arma, a portata di mano per tutti quelli che vogliono servirsene. Si tratta, addirittura, di un vaccino (contro il virus del papilloma umano), ossia di una forma di trattamento che da secoli riscuote vastissime benemerenze nel mondo intero. I vaccini evocano l’eradicazione di autentici flagelli, come il vaiolo. Addirittura impediscono la comparsa della malattia che non può, così, manifestarsi con tutto il suo corredo di ansie e sofferenze. Questa volta, però, il vaccino servirebbe non già a proteggerci da una malattia infettiva, ma da un cancro che si sviluppa a distanza di molti anni (mediamente 25) dall’epoca dell’infezione virale contro cui il vaccino protegge. Già questo fatto, di per sè, suscita diverse perplessità nella comunità scientifica internazionale che si è divisa tra favorevoli e contrari al suo uso, mettendo in luce anche l’intricatissima rete di conflitti di interesse che avvolge i servizi sanitari su scala planetaria.

In uno scenario così complesso e di fronte a queste ipotetiche soluzioni, i genitori delle dodicenni del nostro Paese (così come è accaduto in molte altre Nazioni) furono già invitati dall’allora Ministro Livia Turco ad aderire a una campagna di vaccinazione di massa contro il virus HPV.

Ma come decidere consapevolmente in presenza di tante informazioni contraddittorie, senza cadere vittime delle sirene della pubblicità farmaceutica?

Esistono in più parti al mondo degli studi più significativi e aggiornati della letteratura scientifica che, per esempio, il nostrano EPICENTRO propone per mettere il singolo individuo nelle condizioni di prendere una decisione meditata e razionale.

Molteplici sono gli elementi adatti ad informare la decisione:

a) si deve, prima di tutto, ragionare sulla natura e sul ruolo del virus che costituisce un fattore di rischio per il cancro del collo dell’utero;

b) va poi preso in considerazione il problema del cancro della cervice uterina, della sua storia naturale, dei rischi di ammalarne o morirne, della protezione già offerta dal Pap-test ed, eventualmente, dall’aggiunta del test per l’HPV;

c) si deve, infine, tener conto non solo dei presunti benefici, ma anche dei rischi e dei costi connessi col nuovo vaccino, di cui le adolescenti sono chiamate in massa a testare l’ipotesi di efficacia, in quello che potrebbe essere definito il più grande esperimento di fase 3.

Ci si potrebbe chiedere come mai, nonostante tutte le incertezze sulla sua efficacia, il vaccino anti-HPV non solo sia commercializzato, ma addirittura, in molti Paesi del mondo industrializzato, venga offerto gratuitamente a bambine di dodici anni tramite campagne di vaccinazione di massa, nelle quali sono sempre complici e terreni fertili le Istituzioni scolastiche.

Per rispondere a questa domanda non basta tener conto delle potenti azioni lobbistiche di cui sono capaci le multinazionali farmaceutiche che lo producono. Si deve anche sapere che l’EMEA e la FDA, rispettivamente l’agenzia europea e americana per la registrazione e il commercio dei farmaci, soprattutto in ambito oncologico, sono molto più preoccupate di ritardare l’immissione in commercio di un prodotto potenzialmente benefico che di registrare qualcosa di inutile o nocivo.

La stessa collocazione dell’EMEA nell’ambito dell’organizzazione comunitaria appare di per sè strana, dal momento che l’agenzia europea dipende dalla direzione generale dell’Industria e non afferisce, invece, al settore sanitario, dove sarebbe più appropriato inserirla: il farmaco sembra interessare di più come bene di consumo che come strumento di salute e forse, anche per questo, a maggio di quest’anno il Parlamento Europeo ha respinto il bilancio dell’EMEA.

A parte questo, poi, è opportuno richiamare le riflessioni iniziali sul potere seduttivo di un vaccino che si suppone capace di prevenire il cancro. Di fronte a questa proprietà quasi miracolistica, qualsiasi altra considerazione rischia di diventare irrilevante.

La classe politica, cui compete la decisione di realizzare campagne vaccinali di massa, è infatti particolarmente sensibile a “sirene” di questo genere. Chiunque sia capace di controllare gli eventi acquisisce potere e prestigio.

L’imperativo di contenere le ansie collettive, che è proprio di chi comanda, si sposa con il comune sentire, per cui si è propensi a credere in ciò che consola. Diventano, così, trascurabili altri fatti che potrebbero suggerire decisioni ben più meditate.

Il dubbio sul vaccino HPV è stato espresso con chiarezza anche sul New England Journal of Medicine, una tra le riviste mediche forse più autorevoli al mondo, e il discorso cambia grandemente: non si tratta più del dubbio espresso da un singolo possibile ricercatore, ma di un giudizio sostenuto dalla scienza ufficiale (Kim JJ et al, N Engl J Med 2008 Aug 21;359(8):821-32).

In breve l’attenta analisi pubblicata sulla rivista descrive il beneficio economico della vaccinazione in termini di costo per anno di vita guadagnato, corretto nel modo adeguato per la valutazione (Quality-adjusted life year o QALY). In media si ritiene accettabile un costo di 50.000 dollari (USD) per anno di vita guadagnato, mentre un costo superiore ai 100.000 dollari viene giudicato socialmente elevato. Nel computo di questo calcolo vengono inclusi i costi di tipo sanitario e sociale derivanti dalla malattia, dalla sua diagnosi e dal suo trattamento, oppure i costi che derivano dal mancato trattamento e quindi dagli effetti economico sanitari che ne derivano. Facendo poi riferimento anche ad altri lavori che mantengono sul limite dei 50.000 dollari il costo per anno di vita guadagnato, l’articolo chiarisce in modo drammatico che il costo potrebbe restare su questo livello solo ed esclusivamente se si dimostrassero vere queste condizioni:

– se l’effetto del vaccino durerà indefinitamente nel tempo (ma già si ipotizza una rivaccinazione dopo 10 anni)
– se il vaccino, attualmente attivo verso i ceppi 16 e 18 non selezionerà altri ceppi virali patologici (e come è avvenuto per la meningite sembra che si stiano già selezionando nuovi ceppi virali attivi e in breve l’efficacia del vaccino potrebbe diventare quasi nulla)
– se le ragazze vaccinate manterranno la frequenza di controllo del PAP test solo ogni 3 anni (i controlli dovranno comunque sempre essere fatti)
– se il vaccino non determinerà effetti collaterali di nessun tipo (e già invece sono descritti in modo molto ampio, tanto che alcuni gruppi, anche in Italia hanno proposto una petizione per una moratoria in attesa di maggiore chiarezza sugli effetti, minimizzati dalle case produttrici e invece sempre più frequenti e gravi)

Purtroppo si tratta di quattro “se” che già oggi si stanno dimostrando non verificati, e quindi il costo per anno di vita guadagnato arriva a salire vertiginosamente: solo supponendo che l’immunità cessi dopo 10 anni, si arriva a un costo di 140.000 USD. Ipotizzando invece che tutti i “se” si avverino (e sappiamo già che non è vero), la semplice crescita dell’età vaccinale a 18 anni porterebbe i costi a 97.400 dollari per anno; a 26 anni addirittura a 152.700 dollari per anno di vita guadagnato.

Gli stessi estensori dell’articolo parlano di dubbi sulla utilità sociale di un tal tipo di vaccinazione, se confrontata con il solido, efficace, sicuro e molto più economico screening effettuato attraverso il PAP test con approfondimento diagnostico nei casi dubbi.

Sullo stesso numero della rivista infatti, compare in evidenza un editoriale di Charlotte J. Haug che spiega in modo dettagliato tutte le ragioni per una valutazione attenta di questi dati confermando il rischio di un flop economico e sociale relativo all’impiego di questo tipo di vaccinazione. L’articolo richiama ad una cautela nelle scelte e ad una cautela nella utilizzazione individuale e sociale di questa vaccinazione.

Anche la scienza ufficiale sta opponendosi in modo ragionato e serio a questa scelta.

Il problema più severo sembra essere quello di una possibile azione indiretta di terrorismo sessuale. Come vivranno le bambine la comunicazione su questo vaccino?

Penseranno ad una possibile azione che promuova la loro sicurezza e la loro libertà sessuale futura? (ma dovranno comunque andare sempre dal ginecologo a fare prevenzione, perchè il vaccino, quando funziona, non copre del tutto), oppure assoceranno la sessualità a qualcosa di sempre rischioso e pericoloso?

Nel 90% dei casi di contatto con questo virus non succede assolutamente nulla. In un 10% dei casi si producono lesioni benigne e superficiali, che solo in alcune donne e solo dopo decine di anni, potrebbero originare una displasia della cervice. Nel 70% dei casi questi virus sono solo la causa di condilomi (verruche genitali o creste di gallo).

Inoltre non tutte le displasie del collo dell’utero sono causate dal virus, e le informazioni al pubblico questo non lo dicono. Alla fine della fiera la protezione vantata e non dimostrata (il vaccino è preventivo e non terapeutico) non sia superiore al 7% o giù di lì. Vale un sacrificio? Pensiamoci.

C’è il rischio che tra un po’ di anni le nostre giovani donne arrivino a pensare la vita come una malattia, trasmessa sessualmente e ad evoluzione sempre fatale (in fondo moriamo tutti).

La società produttrice di Gardasil, Merck & Co, sostiene la tesi che è necessario effettuare il più rapidamente possibile la vaccinazione per debellare la malattia.

In Italia, ogni anno, si contano 3.500 nuovi casi di carcinoma con circa 1.500 morti. Questo lo dicono i matematici dell’ISS fino a giugno 2008, perchè poi le statistiche risultano disperse, non pervenute, non aggiornate da quasi 3 anni (che lavoratori!!!!!).

L’obiettivo che si prefigge Merck è quello di indurre i legislatori a rendere obbligatoria la vaccinazione, in modo da vendere quantità più elevate di vaccino.
La mancata obbligatorietà avrebbe come conseguenza un numero decisamente più basso di vaccinazioni e minori guadagni.
Per raggiungere il proprio scopo, Merck & Co sta esercitando una forte azione di lobby.
Merck ha finanziato in modo particolare l’associazione Women in Government, che raccoglie le donne legislatrici in modo bipartisan.
Negli ultimi 2 anni, Women Government ha tenuto cene e conferenze per tutti gli Stati Uniti promuovendo la lotta contro il tumore della cervice uterina.

Contro la vaccinazione anti-HPV, si sono schierati gli attivisti contrari all’impiego del vaccino, gruppi religiosi e associazioni dei consumatori.
Gli attivisti anti-vaccino sostengono che la sicurezza del vaccino nel lungo periodo non è stata dimostrata, così come non è noto per quanto tempo il vaccino conferisce immunità contro i tipi virali per i quali il vaccino è stato realizzato.
I gruppi religiosi temono che, essendo l’infezione da HPV una malattia sessualmente trasmessa, l’uso del vaccino possa favorire l’attività sessuale delle ragazze.
La protesta dell’associazione dei consumatori è rivolta soprattutto sull’obbligatorietà della vaccinazione.

Un altro argomento di discussione è il costo del vaccino Gardasil che negli Stati Uniti, costa 360 dollari per 3 iniezioni.

Secondo gli analisti, il mercato dell’infezione da HPV potrebbe produrre ricavi per 5 miliardi di dollari/anno, e Merck è in pole position.
Gli enormi interessi economici che stanno alla base della vaccinazione anti-HPV potrebbero spiegare il pressing di Merck sui politici per l’obbligatorietà della vaccinazione.

Sulla propensione di alcuni politici a rendere obbligatoria la vaccinazione anti-HPV, alcune persone ritengono che la concessione dell’obbligatorietà sarebbe un modo per risarcire Merck dalla perdita del Vioxx, il farmaco antinfiammatorio ritirato nel 2004 perché causa di gravi eventi avversi cardiovascolari.

Il vaccino, per esercitare la propria attività protettiva, deve essere somministrato a ragazze che non hanno avuto rapporti sessuali.
L’infezione da HPV è molto frequente nella popolazione con una stima di oltre il 75% delle donne sessualmente attive infettate dal virus HPV nel corso della vita.
La storia naturale dell’infezione è condizionata dall’equilibrio che si instaura tra ospite e virus HPV con tre possibili evoluzioni: regressione, persistenza e progressione.
La maggior parte delle infezioni da papillomavirus (70-90%) è transitoria.
La persistenza dell’infezione virale è una condizione per l’evoluzione verso il tumore.
L’insorgenza del tumore è anche favorita dal particolare tipo di virus HPV (i tipi 16 e 18 sono oncogenici), dall’alto numero di partner sessuali, dal fumo di sigaretta e dalla coinfezione con altre malattie infettive sessualmente trasmesse.
Di norma, il tempo che intercorre tra l’infezione da HPV e lo sviluppo di lesioni precancerose è di 5 anni, mentre lo sviluppo del tumore può richiedere decenni.

Il Pap-test è in grado di individuare le lesioni e di prevenire il tumore.

Particolarmente rilevanti appaiono i dati reali di rischio di sviluppo del cancro conseguente a questa infezione. La maggior parte delle infezioni da HPV (90%) si risolve spontaneamente in circa 12-18 mesi e anche le infezioni ad alto rischio tumorale guariscono da sole senza lasciare conseguenze per la salute della donna nel giro di pochi mesi.

Nel 10% dei casi, invece, il virus convive per tutta la vita del soggetto che lo ospita senza creare alcun problema (in questi casi il test per l’HPV sarà positivo, ma ciò non significa assolutamente che si formi una malattia e infatti questo gruppo di donne non si ammala e il Pap-test risulta sempre negativo).

Circa l’1% delle infezioni da HPV dà luogo a lesioni precancerose che, se non identificate e/o non opportunamente trattate, in organismi immunologicamente deboli e in una percentuale inferiore all’1% delle donne che le presentano, possono progredire nell’arco di 20-50 anni in tumori cervicali.

A questi dati va aggiunto poi il fatto che gli studi clinici controllati randomizzati riguardo il vaccino HPV non sono, ad oggi, molto numerosi. Proprio per i grossi limiti delle conoscenze disponibili sul rapporto rischio/beneficio di tale vaccino, alcuni Paesi hanno deciso di utilizzare molta prudenza prima di consigliare questa vaccinazione.

Tra i Paesi europei, soltanto otto (Austria, Francia, Germania, Grecia, Lussemburgo, Norvegia, Spagna e Italia) hanno introdotto, con modalità differenti, questa vaccinazione.Molti ricercatori sottolineano forti dubbi sulla mancanza di dati definitivicirca l’efficacia nella prevenzione del tumore, sull’opportunità di iniziare una campagna vaccinale di massa, sui costi molto elevati (considerando anche i risultati che si potrebbero ottenere con una maggior diffusione del Pap-test), sull’attività di lobbing e di marketing delle ditte farmaceutiche, sulle implicazioni etiche di una vaccinazione rivolta alle dodicenni per una malattia a trasmissione sessuale, nonché sulla sicurezza a medio e lungo termine del vaccino anti-HPV.Se da una parte vi sono tante perplessità sulla vaccinazione contro il Papillomavirus, dall’altra esiste senza dubbio una grande certezza: “la posta in gioco, dato che si vogliono trattare le adolescenti e che il vaccino riguarda virus cancerogeni, è troppo elevata”.

Michele Grandolfo, epidemiologo Direttore del Reparto Salute della donna e dell’età evolutiva del Centro Nazionale di Epidemiologia, Sorveglianza e Promozione della Salute dell’Istituto Superiore di Sanità, elenca 7 punti sui quali riflettere:1 – L’efficacia nella riduzione del tumore non è dimostrabile perchè sarà verificabile solo tra 30 – 40 anni;
2 – Problemi sulla durata dell’immunità vaccinale;
3 – La vaccinazione protegge da alcuni ceppi di virus che sono la concausa del tumore, quantificabili nel 70%;
4 – Questa carenza di copertura totale determina il rischio di aumentare la virulenza dei ceppi non contenuti nel vaccino;
5 – Non si può assicurare che l’intero ciclo vaccinale raggiunga la popolazione a rischio sul territorio nazionale;
6 – C’è il rischio di una minore adesione allo screening come il pap test per il tipo di campagna proposta, intesa come rimedio per tutti i mali inerenti al tumore del collo dell’utero;
7 – L’ingente sforzo economico per l’acquisto dei vaccini e l’impegno aggiuntivo dei servizi, sottrarrà risorse essenziali per l’erogazione di servizi primari dedicati alla promozione della salute, in primis i consultori familiari e pap test.Ed ancora evidenzia Grandolfo “Le decisioni in sanità pubblica vengono prese sulla base del parere di esperti coinvolti nei contesti istituzionali (CSS, ISS, AIFA). Tali esperti non devono avere connessioni per finanziamenti ricevuti dalle o per attività di consulenza svolta alle aziende produttrici dei prodotti per il cui uso ci si deve esprimere.Non devono essere riconosciuti punti ECM ai corsi, convegni, congressi su temi che considerano i prodotti in questione, sponsorizzati dalle aziende produttrici o con docenti, moderatori e facilitatori implicati in rapporti di consulenza o finanziati dalle aziende in questione.

Altrimenti non si fa sanità pubblica, si fa mercato, il più ignobile, speculativo sulla salute con le risorse che i cittadini mettono a disposizione con le tasse, il che rende la speculazione ancora più odiosa”.

A rafforzare le perplessità, l’Istituto Mario Negri ritiene che il vaccino “non possiede caratteristiche tali da essere posto fra le vaccinazioni obbligatorie, perché non rientra fra le azioni prioritarie per la sanità pubblica. Questo non toglie che il vaccino possa essere comunque valido per singoli casi“.

E’ proprio il caso di dire che finalmente iniziano a prendere posizione anche rappresentanti di Istituzioni Sanitarie Italiane che, probabilmente, hanno deciso di licenziare EPICENTRO dalle proprie fonti dati.

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