Alla ricerca dei geni dell’autismo: un ago nel pagliaio

Nell’epoca della mappatura del genoma umano, non passa giorno che non si legga di importanti scoperte genetiche che illuminerebbero le cause, spesso tuttora ignote, di svariate e diffuse malattie. Il corollario della scoperta è, ovviamente, l’annuncio di un prossimo venturo cambiamento radicale delle terapie, spesso insoddisfacenti o addirittura nulle.

Posto che l’Autismo è una diagnosi basata esclusivamente su criteri comportamentali specifici [in quanto non esistono indagini strumentali e/o di laboratorio con significato diagnostico] non è una malattia della psiche, ma del cervello [encefalopatia], il quale, come tutti gli altri organi, ha la sua radice fondamentale nell’espressione del patrimonio genetico contenuto nelle cellule, la conclusione è che, così come un’alterazione genetica a carico delle HLA può aumentare il rischio di ammalarsi di una determinata patologia, devono esserci una o più alterazioni genetiche a carico del DNA dei neuroni, che li rendono responsabili dell’insorgenza di Autismo o di altre malattie psichiatriche.

Un ragionamento semplice e forte, a prima vista, che esercita un accativante richiamo nei confronti dei mass media.

Nel 2004, per esempio, i mass media hanno dato ampio spazio a una ricerca [cito questa come esempio di una pessima tendenza diffusa] che dimostrerebbe l’origine genetica della depressione cosiddetta “maggiore” come fattore di rischio per suicidio. In realtà, lo studio, coordinato da George S. Zubenko [neurobiologo dell’Università di Pittsburgh in Pennsylvania] dimostra che le persone che incorrono in multipli e gravi episodi depressivi, in giovane età [meno di 25 anni], hanno, come si dice, una familiarità particolarmente accentuata, nel senso che è frequente trovare il padre o la madre, o i fratelli o le sorelle, di questi giovani depressi, a loro volta sofferenti di qualche disturbo dell’umore.

In questo studio, che ha riguardato 81 famiglie di persone con depressione classificata “ricorrente e a esordio precoce“, circa la metà dei parenti di primo grado soffriva di depressione o di ansia. Percentuale che si riduce a un quarto, nel caso dei parenti di secondo grado [cugini, zii, nipoti]. Questo dimostra l’origine genetica della depressione? … E’ stato forse trovato il gene [o i geni] della depressione, che viene trasmesso di genitorie in figlio? … Certamente no!

Anche l’Autismo non sfugge alla regola.

A tutt’oggi non c’è alcun ricercatore al mondo che possa affermare di aver trovato il gene o i geni responsabili di qualsivoglia malattia psichiatrica, ma nemmeno di avere individuato, senza ombra di dubbio, il posto dove cercarli. Ancora a giugno 2010 l’Autism Genome Project ha dichiarato che l’Autismo non è una malattia ereditaria e che i geni esaminati spiegano poco più del 3% dell’origine genetica dell’autismo.

Agli inizi degli anni ’30 il cromosoma X sembrava il posto giusto. Alcune ricerche misero sotto accusa il cromosoma e, con lui, le donne, che, essendo XX, potevano essere responsabili della trasmissione ai figli, maschi [XY] e femmine [XX], del gene della forma maniaco-depressiva [bipolare].

Poi si scoprì che la trasmissione poteva seguire anche una linea maschile, il che fece naufragare la ricerca, poichè il padre trasmette al figlio maschio il cromosoma Y, non la X.

Poi è tornato in auge il cromosoma X, poichè si sono dimostrate alterazioni nella sequenza dei nucleotidi che costituiscono il DNA [tecnicamente: si è trovato un eccesso di ripetizioni della tripletta che codifica]. Più esattamente, in una grave malattia neurologica e dello sviluppo, battezzata per l’appunto “sindrome da X fragile“, si è trovato un eccesso di ripetizioni della “tripletta” CGG [citosina, guanina, guanina].

Anche altre gravi malattie neurologiche sembrano dipendere da questo particolare errore genetico e c’è chi pensa che, ricercando triplette in eccesso, alla fine avremo lumi anche sulla genetica dell’Autismo.

In realtà questo approccio appare sempre più ristretto, riduttivo e imbarazzante, poichè non tiene conto di numerosi dati di fatto, sia biologici che epidemiologici.

Dati di fatto biologici

La ricerca genetica in psichiatria si trova di fronte a un doppio paradosso legato al numero dei geni. Si stima che una percentuale variabile tra il 30% e il 50% di tutti i geni dell’organismo umano siano attivi nel cervello. Molte migliaia: da 8000 a 12000, ammesso che i geni umani siano davvero 25000 come vogliono farci credere. Un numero comunque enorme, se si devono scegliere geni da studiare. Infatti, in base a quali criteri si sceglie questo o quel gene?

Per esempio, si sono fatti numerosi studi sui geni che codificano i cinque diversi recettori per la dopamina, nella presunzione che un’alterazione nella ricezione del segnale del neurotrasmettitore fosse all’origine del disturbo depressivo bipolare. Alla fine, un nulla di fatto. Tutti gli studi, infatti, portano a escludere un’alterazione di questi geni.

Molto studiati sono i geni che codificano una proteina [5-HTT in sigla] che trasporta la serotonina. Uno gruppo di ricercatori americani, di recente, ha mostrato, sul Journal of Neurochimica, i risultati di una ricerca svolta nei laboratori della UT Science Center di Sant’Antonio sui Disturbi dello Spettro Autistico.

Anche in questo caso i portatori di varianti geniche giudicate non positive [possessori dei cosiddetti alleli corti, indicati con s, dal termine inglese short] non necessariamente si ammaleranno di Autismo: sia perchè queste varianti geniche sono state associate anche a depressione, ansia, alcolismo e altro, e quindi non sarebbero specifiche per l’Autismo, sia perchè nella popolazione caucasica [soggetti di carnagione bianca] le versioni corte di questi geni che codificano la proteina 5-HTT sembrano interessare il 32% della popolazione, mentre un altro 49% avrebbe una copia corta e una lunga del gene [s/l] e solo il 19% avrebbe gli alleli giusti, quelli lunghi [l/l].

In sostanza, oltre l’80% della popolazione bianca, in modo più o meno marcato, correrebbe il rischio di ammalarsi di Autismo, depressione, ansia, alcolismo e altro ancora. Se fosse così, altro che epidemia, avremmo una pandemia mortale!

Una enormità di geni, quindi, si pone di fronte al ricercatore che vuole candidarne qualcuno da studiare, che però diventa una piccola cosa se rapportata alla complessità, ben superiore dell’organizzazione cerebrale.

Le cellule nervose, infatti, sono diversi miliardi e, collegandosi tra loro, danno origine a una realtà eccezionalmente vasta: diecimila miliardi di sinapsi, un numero incalcolabile di strutture di ricezione. Una sproporzione enorme tra geni e assetto del cervello.

Una visione meccanicistica del rapporto tra geni e cervello, quindi, non solo è ingenua, ma appare scientificamente scorretta, fuorviante e improduttiva.

Dati di fatto epidemiologici

Negli ultimi decenni l’Autismo è in crescita costante con un incremento annuo del 13% a tal punto che, attualmente, negli Stati Uniti si stima 1 bambino ogni 29 per la fascia d’età dei 3 anni: maschi, in misura crescente, e sempre più giovani.

Se la componente fondamentale fosse genetica, avremmo una percentuale e anche una distribuzione stabile della malattia in entrambi i sessi. Invece aumenta nel tempo il numero di persone con Autismo e cambia la diffusione [prevalenza] della malattia tra maschi e femmine [4 a 1].

Proseguirò all’infinito a richiamare l’attenzione sul fatto che perchè una malattia possa definirsi “genetica”, deve essere causata dalla MUTAZIONE di uno specifico gene, cioè una modificazione della struttura del gene che abbia un impatto sulla funzione del gene stesso. Inoltre tale mutazione deve essere riscontrata in tutte le persone che esprimono clinicamente la patologia.

Nonostante  gli ingenti capitali investiti nella ricerca in tutto il mondo, non e’ stata identificata alcuna MUTAZIONE GENETICA specifica per l’Autismo regressivo.  Il riscontro sporadico di polimorfismi di geni, per lo più implicati nei sistemi di naturale detossificazione, rafforza ulteriormente la tesi dell’origine non genetica della malattia.  Il polimorfismo di un gene, infatti, rappresenta una variante sub-strutturale di un gene che non ha impatto sul buon funzionamento del gene stesso.

E’ evidente quindi che il riduzionismo genetico è incapace di spiegare l’origine e la diffusione dell’Autismo: encefalopatia indotta dalle sostanze neurotossiche contenute nei vaccini.

Annunci
Informazioni su Gabriele Milani 353 Articoli
infermiere, divenuto freelance per dovere di informazione, ma soprattutto padre di un bambino che ha presentato reazione avversa alla somministrazione dei vaccini anti-infettivi nella forma di ENCEFALOPATIA IMMUNO-ALLERGO-TOSSICA, che ha danneggiato lo sviluppo cerebrale ed evolutivo del bambino, sino a realizzare nel tempo il quadro clinico di disturbo autistico con grave deficit cognitivo.

7 Commenti

  1. Ciao Giacomo, le tue opinioni sono rispettabilissime come ritengo siano rispettabilissime anche le contropinioni di colleghi medici che hanno a che fare con la sindrome autistica; per esempio la frase che non condividi è di uno di essi.
    Il caso dell’X fragile non lo nega nessuno, così come le altre patologie che hai riportato nel commento precedente, ma rappresentano una minima parte del problema “sindrome autistica” che, peraltro, in Italia è molto fantasioso.
    Sempre più spesso assisto a convegni dove Neuropsichiatri Infantili affermano candidamente di non vedere tutte queste disfunzioni genetiche che ricercano diligentemente nella maggior parte dei bambini che giungono alla loro visione, e spesso sono più il risultato di ipotetiche opinioni piuttosto che di reali conclusioni.
    Trovo sconcertante che all’alba del 2013 non si trovi una codifica genetica univoca ai vari soggetti, e questo punto la dice lunga non tanto sulla complessità della questione ma sulla voglia di indagare a fondo e mettere insieme tante teste.
    Mi dispiace dovermi ripetere, ma le informazioni che rimbalzano per il mondo in merito all’autismo come malattia genetica si basano spesso sul presupposto che la combinazione di geni di cui ciascun individuo è dotato sia unica e irripetibile. Ma all’incirca una coppia di basi ogni mille si differenzia da un individuo all’altro, per esempio da te a me, il che significa tre milioni di anomalie su un totale di tre miliardi di elementi. Eppure siamo sani e godiamo di ottima salute.
    Questo semplice concetto, grossolano quanto vuoi e me ne scuso, oltretutto applicato all’esperienza su mio figlio, mi fa comprendere perchè la codifica dell’autismo, come malattia genetica, non avrà mai luogo in tutta la storia dell’umanità.
    Questa molteplicità in campo genetico è un’utile eredità che dobbiamo all’evoluzione della razza umana, poichè assicura all’Homo Sapiens buone prospettive di sopravvivenza, ad esempio nella lotta contro gli agenti patogeni nocivi.
    Nel patrimonio genetico dell’uomo si trovano nascoste molte di queste differenti possibilità, che i Biologi chiamano “polimorfismi”. Che mi dici dei polimorfismi?
    Il riscontro sporadico di polimorfismi di geni, per lo più implicati nei sistemi di naturale detossificazione, rafforza ulteriormente la tesi dell’origine non genetica della malattia.
    Il polimorfismo di un gene, infatti, rappresenta una variante sub strutturale di un gene che non ha impatto sul buon funzionamento del gene stesso. Essi possono essere legati alle circostanze più diverse riguardanti la vita dell’organismo.
    Ad esempio ho scoperto che un certo polimorfismo fa sì che alcune persone digeriscano gli asparagi con un processo di digestione del tutto particolare, che dopo che la verdura è stata consumata può essere percepito con l’olfatto. Infatti l’urina di quelle persone avrà un odore particolarmente acre.
    In base a queste credenze vendute come scienza e in base all’analisi del patrimonio genetico che è stata eseguita, vengono forniti al “cliente paziente” determinati consigli su come alimentarsi. Tali consigli però, se considerati con attenzione, si rivelano essere nient’altro che sciocchezze. Infatti, se vengono analizzati solo i geni che hanno a che fare con lo smaltimento di sostanze tossiche, già la statistica ci dice che per quanto riguarda questo ambito occorre quasi sempre mettere in conto la possibilità di errori. Tuttavia ci si potrà imbattere in qualche dietologo/nutrizionista che afferma come gli “enzimi chiave lavorano a velocità che non possono essere quelle ottimali per eliminare le sostanze tossiche dall’organismo“.

    Il messaggio che voglio dare, e comprendo molto bene che non lo condividi, è solo di mettersi in guardia dalla tendenza oggi così diffusa a sottoporsi a screening, perchè i geni inducono a trarre conclusioni frettolose ed errate, e la storia è ricca di fenomeni di marketing; ovviamente non mi riferisco alla tua attività, e men che meno alla tua persona, ma a casi eclatanti come per esempio quello della Sciona che creò il primo test genetico acquistabile al supermercato!
    Pertanto, se metto insieme tutte queste situazioni e le raffronto con le prove schiaccianti degli esami condotti su mio figlio, da quando era in grembo a malattia manifesta, per quanto mi riguarda rappresenta un cerchio che si chiude perfettamente senza alcuna alterazione genica dimostrata e molti dubbi sulle modalità della ricerca.

    Spero che la tua professione e il tuo impegno possano portare frutti, questo te lo auguro di tutto cuore, anche se ben sai che fare ricerca “seria” in Italia è quasi impossibile, ma qui entriamo in un altro ambito che, per esempio, il Dott. Montanari ha dovuto sperimentare sulla propria pelle [lo racconta molto bene nel suo articolo La ricerca imbavagliata]

    Ricambio la stima e porgo un sereno augurio di Buone Feste!

    Gabriele

  2. Gabriele, condivido tutte le tue preoccupazioni, ma non la frase che riporti “I nostri geni possono avere piccole varianti strutturali, un aminoacido sostituito con un altro o diversamente collocato. Nella maggior parte dei casi ciò non inficia la funzionalità del gene, né da origine ad una malattia, né può essere definito una malattia “genetica””. Questo semplicemente non è vero, e te lo dice uno che ha iniziato a fare neurogenetica nel 1987. Diversamente da te e da alcuni tra i commentatori del tuo peraltro ottimo post, ritengo che una buona ricerca in genetica e bio-cellulare non sia il problema, bensì una dei rimedi necessari ad affrontare in modo razionale e non ideologico la malattia. Nel mio piccolo, mi sto avventurando nella ricerca su ASD e spero di dar prova di non essere al soldo di nessuno, ma solo al servizio della conoscenza. Solo una seria ricerca di base può portare a cure efficaci. Il caso dell’X fragile è lì a dimostrarlo, ed è guarda caso uno degli esempi più virtuosi di buona ricerca in medicina molecolare (una mia studentessa ci sta facendo una tesi di laurea).
    Con tutta la mia stima,
    Giacomo

  3. I nostri geni possono avere piccole varianti strutturali, un aminoacido sostituito con un altro o diversamente collocato. Nella maggior parte dei casi ciò non inficia la funzionalità del gene, né da origine ad una malattia, né può essere definito una malattia “genetica”. Alcune volte tali modificazioni hanno una ricaduta sul sistema biologico, nel senso di una proteina codificata dal gene, anomala per struttura o inadeguata per quantità. Ciò può portare ad una malattia, oppure costituire una fragilità biologica – estratto da Vaccini & Autismo: diamo la parola alla Dott.ssa Gabriella Lesmo

    La crescente consapevolezza del fatto che il manifestarsi di quasi tutte le malattie è legato a fattori genetici identificabili ha precise ripercussioni in campo sociale. E di fatti la disfunzione del patrimonio genetico nei bambini è ormai diventata una disfunzione della persona tout court.
    Per carità, ci si può ammalare e si può anche morire improvvisamente per una grave malattia. Però a causa di un ipotetico test genetico che dà esito positivo, magari eseguito non proprio a fini terapeutici, bensì speculativi, questa eventualità si puo’ trasformare in una grave minaccia da cui non ci si riesce più a liberare per il resto della propria esistenza.
    Abbiamo quindi a che fare con una nuova categoria di persone: i “malati sani“, ovvero coloro che “non sono ancora malati“.
    Nel prossimo futuro l’assistenza di questa nuova categoria di pazienti diventerà una realtà costante del sistema sanitario, soprattutto perchè i test genetici saranno utilizzati su scala sempre più vasta. Questo fenomeno apre all’industria farmaceutica la prospettiva di un mercato particolarmente allettante. Obiettivo di tale industria è la creazione di farmaci per persone che non presentano sintomi di alcun genere, pur avendo un genoma irregolare.
    Pensiamo, ad esempio, a un bambino di 5 anni con una simile condizione che viene etichettato come iperattivo solo perchè ha eccessi di felicità: se non è felice lui a 5 anni chi deve esserlo?
    Bambini troppo espansivi, a causa dei loro genomi irregolari, potrebbero essere vittime di psicofarmaci ed i loro genitori persuasi a darglieli.
    Altre persone che sembrano particolarmente soggette al rischio di infarto cardicaco, sempre a causa del loro genoma irregolare, potrebbero essere persuase ad assumere quotidianamente una compressa di aspirina allo scopo di diluire il sangue.
    Ad altre che invece si pensa abbiano predisposizione ad ammalarsi del morbo di Alzheimer, verrebbero prescritti a scopo puramente profilattico dei farmaci per rafforzare la memoria.
    Un tempo la medicina preventiva aveva il compito di tenere lontana la gente dal sistema sanitario, nell’epoca della diagnosi genetica invece è la medicina preventiva che fa sì che la gente se ne avvalga.

  4. Ci sono patologie monogeniche (Mendeliane) che, all’interno della loro complessità fenotipica, presentano tratti propri dell’Autistic Spectrum Disorder. X fragile, Rett syndrome, Sclerosi Tuberosa, secondo alcuni la sindrome di Joubert, forse la neurofibromatosi. Perché negare a priori la possibilità che questi geni contribuiscano alla suscettibilità all’autismo? Nessun genetista che si rispetti negherà mai l’importanza dell’interazione tra assetto genetico e fattori ambientali, tra cui anche le possibili perturbazioni della risposta immunitaria causate da alcuni vaccini. Credo che se fatta con onestà e competenza, una ricerca di stampo riduzionistico sui meccanismi genetici e cellulari possa dare risultati importanti, quanto la ricerca sulle possibili cause ambientali ed autoimmuni indotte da farmaci, infezioni e vaccini.

  5. Ho appena letto il commento del Dr. Borghese e sono davvero contento del suo commento cosi’ chiaro e lineare.
    Sempre in linea con i suoi libri utili come spunto di riflessione.
    Spero che la via alla cura per l’autismo che ancora non e’ per nulla chiara possa proseguire.
    grazie ancora dottore

  6. Buongiorno Dr. Borghese,
    onorato della Sua visita e del Suo commento che è molto significativo ed ha un valore molto elevato, più di tante parole.

  7. Ottimo articolo. Meriterebbe un’ampia diffusione a tutti i livelli. Servirebbe ad attaccare certi luoghi comuni e ad aiutare a dare un po’ di onesta chiarezza in un campo dove spesso si vogliono far credere certe teorie di parte.