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Autismo: malattia della psiche o malattia del cervello?

A chi fa paura che i Primati sviluppano autismo a causa delle vaccinazioni dell’infanzia?

Che cosa distingue il nostro cervello da quello di una scimmia?

Dopo aver visto un qualunque documentario, verrebbe da dire: niente, non c’è alcuna differenza, pensando così di sfogare l’amarezza per lo spettacolo che la nostra specie sta dando con guerre, massacri, egoismi e ottusità paurose.

Eppure, effettivamente, gli antropologi e i neurobiologi evoluzionisti hanno difficoltà a distinguere il cervello di uno scimpanzé da quello di un umano.

Non in senso stretto, ovviamente: il nostro cervello è 3-4 volte più grande di quello del nostro fratello peloso.

Ma se andiamo a vedere la struttura interna dei due cervelli, effettivamente sono poche le differenze. Tra le poche individuate, ci sono speciali neuroni, detti “a fuso“, che nel giro anteriore del cingolo sono molto più grossi e abbondanti che nel nostro cervello. Questi neuroni, pur importanti, sono uno dei tanti tipi che popolano il cervello di un primate.

I geni, però, penserà qualcuno, sono certamente diversi: geni umani da una parte e geni di scimmia dall’altra. Sfortunatamente, neanche i geni aiutano a separarci dalle scimmie a noi vicine e.

La differenza tra il genoma umano e quello dello scimpanzé riguarda l’1-2% delle sequenze di nucleotidi, le lettere con cui è composto il DNA. Il che vuol dire che quasi tutti i geni che sono nostri sono anche della scimmia e spingono coloro che vogliono dimostrare ottusamente l’origine genetica dell’autismo. Eppure siamo differenti.

Per risolvere il dilemma, Todd M. Preuss e Mario Cacéres, dell’Università di Atlanta, studiosi dell’evoluzione del cervello umano, dimostrano che la differenza fondamentale tra i due cervelli non sta tanto nei geni, per l’appunto sostanzialmente identici, quanto soprattutto nelle dimensioni della loro espressione.

I nostri geni cerebrali sono molto più attivi di quelli dello scimpanzé, soprattutto i geni che si riferiscono all’attività dei neuroni e quelli che comandano la produzione e l’utilizzo dell’energia. E questa iperattività, denominata sovraregolazione in gergo scientifico, sembra specifica del cervello: l’espressione dei geni del fegato o del cuore, infatti, nell’uomo e nello scimpanzé, non presenta differenze sostanziali.

Questa attività di sovraregolazione è alterata nei soggetti “autistici” danneggiati da vaccino con espressione di “encefalopatia”. Quale è dunque la differenza tra un soggetto con autismo e un soggetto con encefalopatia?

L’ Encefalopatia letteralmente significa malattia del cervello, in campo medico rientra nella categoria delle malattie metaboliche, tossiche, immunitarie, allergiche, neoplastiche e degenerative del cervello. L’Encefalopatia altera le funzioni del cervello, ciò può essere causato da agenti infettivi, malfunzione dell’organismo, tumore, prolungata esposizione ad elementi tossici, denutrizione, emorragia, inoculazione indotta di agenti infettivi e sostanze neurotossiche proprie dei vaccini.

Gli esami da effettuare comprendono gli esami del sangue, la puntura lombare, l’EEG, ricerche genetiche, tutti esami che si eseguono anche su soggetti autistici e tendono a ricercare in quale delle tante tipologie può essere inserita la persona.

L’encefalopatia provoca sbalzi d’umore, provoca dolore estremo, causa disattenzione e impulsività, provoca aggressività, provoca problemi di equilibrio e difficoltà relative al proprio ambiente. Pertanto non vi è alcuna differenza tra un soggetto affetto da encefalopatia e un soggetto etichettato come “autistico”.

Quanto tempo ancora dovremo attendere affinché finisca questa imbarazzante presa in giro di un numero sempre più crescente di genitori alle prese con bambini affetti da autismo?

A chi fa paura definire l’autismo una malattia del cervello anziché malattia della psiche?

E’ ormai fuori discussione che depressione, ansia e altri disturbi mentali derivano da un cattivo funzionamento del cervello. Perchè non potrebbe essere altrimenti per l’autismo?

La medicina si arroga sempre più spesso il diritto di volere ripristinare il corretto funzionamento dei circuiti cerebrali con dei farmaci, somministrati anche attraverso l’imposizione coatta, posto che ne abbia una sufficiente conoscenza e che sia in grado di valutare, con indipendenza, l’efficacia e la sicurezza delle sostanze che prescrive.

Dove stanno gli errori del modello e della pratica dominanti oggi nella cura della mente?

Il primo errore è quello di trattare il cervello come qualsiasi altro organo. In realtà è un organo peculiare, perché è dalla sua attività che emerge la vita psichica, che ha la capacità di modificare la stessa chimica e la fisiologia cerebrale. Perciò si sta dimostrando un gravissimo errore epistemologico, soprattutto a carico dei minori, separare la biologia dalla psicologia e/o psichiatria nella diagnosi e nella terapia.

Il secondo errore è quello di non vedere il cervello e la psiche nelle loro relazioni con il resto del corpo. E’ ampiamente comprovato che ormoni, citochine, aminoacidi, vitamine, sostanze derivate dal cibo, attività fisica, funzionano da potenti fattori di modulazione dell’umore.

Il terzo errore è quello di tenere in considerazione solo i farmaci di sintesi. E’ ovvio che la promozione di tali farmaci smuovono fiumi di denaro a favore dei colossi farmaceutici.

Il quarto errore è rispondere sempre con farmaci a manifestazioni di alterazione del tono dell’umore. Il confine che divide il normale dal patologico è storicamente, socialmente e scientificamente convenzionale e, all’interno di ogni epoca storica di formazione sociale e di formazione scientifica, è frutto dell’interazione tra la persona che chiede aiuto e l’operatore sanitario che pone la diagnosi. La malattia in generale, e quella psichica in particolare, sono quindi il frutto dell’applicazione di sistemi di valore e non della razionalità scientifica in senso astratto.

Sarebbe quindi asupicabile che il “terapeuta della psiche” valuti la possibilità di uscire dalle secche della monoterapia, farmacologica o psicologica che sia, e intraprenda un programma di terapie integrate a basso impatto e ad alto rendimento.

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