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HLA: la nostra carta d’identità biologica

Nel 1936 venne scoperto, nelle cellule del topo, un particolare complesso proteico, che studi successivi identificarono come “maggior complesso di istocompatibilità“, o di compatibilità tessutale [MHC, Major Histocompatibility Complex], così definito perchè alla sua presenza è legata la capacità di rigetto di un trapianto.

Vent’anni più tardi [1958] un complesso analgo venne individuato nell’uomo e battezzato HLA [Human Leukocyte Antigen], ma solo nel 1974 si sono avuti gli esperimenti decisivi che hanno dimostrato il legame tra questo complesso e l’azione del sistema immunitario.

Eccone la sintesi: se si prelevano cellule linfocitarie citotossiche di un topo immunizzato contro un virus e si mettono a contatto, in provetta, questi linfociti con proprie cellule infettate dal virus, i linfociti reagiscono rapidamente riconoscendo l’infezione e distruggendo le cellule. La stessa cosa non accade se a questi linfociti citotossici si presentano cellule infettate dallo stesso virus, ma prelevate da un altro ceppo murino.

In sostanza, i linfociti, pur attivi contro il virus, per riconoscerlo hanno bisogno della mediazione di un meccanismo legato alle proprie cellule, il “maggior complesso di istocompatibilità“, per l’appunto. Per dirla in termini filosofici, il sistema immunitario riconosce l’estraneo solo riconoscendo se stesso e il suo organismo [self].

MHC e HLA esprimono due varianti fondamentali: di tipo I e di di tipo II.

Praticamente tutte le cellule esprimono HLA di tipo I [HLA-I in sigla]: serve a presentare in superificie molecole, interne alla cellula, a cui il complesso si lega.

Quindi, HLA-I serve a presentare antigeni propri normali, antigeni di cellule trasformate [tumori] e antigeni di ospiti indesiderati [virus e batteri intracellulari]. Nel primo caso, HLA-I mostrerà al linfocita la propria carta d’identità, che accomuna la cellula al resto dell’organismo e quindi anche al linfocita stesso, nel secondo caso segnalerà una trasformazione maligna, nel terzo caso un’infezione intracellulare.

I linfociti T che riconoscono HLA-I sono soprattutto i citotossici CD8+, perchè sono loro che, una volta individuati antigeni estranei o strani, hanno la possibilità di distruggere cellule infettate da ospiti indesiderati intracellulari o cellule neoplastiche.

HLA-II, invece, viene espresso in modo più ristretto, di regola solo su alcune cellule immunitarie: linfociti B, macrofagi e cellule dendritiche. Resta il fatto che, sotto infiammazione, soprattutto in presenza di interferone-gamma [INF-γ], può ampliarsi l’arco delle cellule capaci di esprimere HLA-II e quindi estendersi l’attivazione immunitaria.

Questo complesso serve a presentare materiale esogeno: batteri extracellulari, virus che non si integrano nella cellula e in genere proteine extracellulari.

I linfociti che si legano a HLA-II sono del tipo CD4 [T helper], che organizzano una riposta adeguata all’antigene, che è di tipo extracellulare: cioè sollecitando i linfociti B a produrre anticorpi che neutralizzeranno batteri, virus non ancora nascosti nelle cellule, nonchè marchiando proteine che verranno fagocitate dai macrofagi.

E’ quindi intuitivo che il sistema HLA rappresenta uno snodo delicatissimo della risposta immunitaria.

Le interferenze al sistema immunitario provocate dai vaccini nella presentazione possono dare vita a risposte non controllate: i linfociti possono non riconoscere correttamente il complesso HLA-I che presenta una normale proteina, per esempio, della tiroide, oppure possono essere indotti in errore dalla presenza di HLA-II, dove normalmente non dovrebbero essere. In entrambi i casi la conclusione sarà pericolosa: il sistema si attiverà contro una struttura in realtà normale producendo danni.

Non c’è organo che non sia interessato dal sistema immunitario, o perchè possiede un proprio distaccamento permanente o perchè viene costantemente monitorato tramite la circolazione sanguigna e linfatica.

In passato si pensava che il cervello fosse al riparo, fosse, come scriveva Niels Jerne, “un luogo privilegiato, protetto dalla barriera ematoencefalica“. La convinzione si basava non solo sul ruolo di filtro svolto dalla barriera, ma anche sulla constatazione che il cervello non viene toccato dalla normale circolazione linfatica, fondamentale sistema di trasporto delle cellule immunitarie.

Il ruolo drenante del sistema linfatico, nel cervello, è svolto dal liquido cerebrospinale, che viene prodotto in larga misura da particolari strutture dei ventricoli cereberali e che, come la linfa, si riversa nel torrente sanguigno tramite il sistema nervoso.

Questo vuol dire che gli antigeni che arrivano al cervello con il sangue e che quindi sono presenti nel liquido cerebrospinale possono essere intercettati da cellule dendritiche e da macrofagi, che danno il via a una reazione immunitaria all’interno del cervello che coinvolge sia le cellule immunitarie presenti nell’organo [microglia] sia linfociti che attraversano la barriera che protegge il cervello provenineti dalla milza e dai linfonodi cervicali.

Come descritto, per esempio, in TNF: cervello, cuore, cute, fegato, macrofagi, la ricerca degli ultimi quindici anni ha spazzato via le cautele sulla comunicazione tra sistema immunitario e sistema nervoso.

Le ricerche di David Felten [Rochester University] e di Karen Bulloch [Stony Brook University di New York], hanno dimostrato con l’evidenza delle microfotografie elettroniche lo stretto contatto che c’è tra fibre nervose che innervano tutti gli organi linfoidi [timo, midollo osseo, milza, linfonodi, tesuto linfoide intestinale] e le cellule immunitarie, formando delle vere e proprie sinapsi, chiamate anche “giunzioni neuroimmunitarie

Le ricerche di Candace Pert, di Edween Blalock e di altri hanno dimostrato che i linfociti, i macrofagi e altre cellule immunitarie sono dotati di recettori per i principali neurotrasmettitori e neuropeptidi e, al tempo stesso, sono in grado di produrre neurormoni e in generale sostanze attive sul sistema nervoso.

Tutto ciò contribuisce a creare un quadro impressionante, ancora da completare e, soprattutto da decifrare nella sua interezza, che rivoluziona, con l’evidenza dei fatti, la tradizionale concezione del sistema immunitario come mero meccanismo di difesa comandato dallo stimolo antigene. In realtà, le cellule immunitarie, oltre allo stimolo antigenico, reagiscono agli stimoli che provengono sia dal cervello sia dal sistema endocrino.

Alla luce delle conoscenze attuali, si può affermare che la risposta all’antigene [l’aggressore iniettato con i vaccini] è fortemente condizionata dal sistema nervoso e da quello endocrino e che il suo automatismo dipende largamente dall’ambiente neuroendocrino nel quale si svolge la reazione immunitaria. I linfociti presentano recettori per i più importanti neurotrasmettitori [adrenalina, noradrenalina, acetilcolina] nonchè per numerosi ormoni ipotalamici e ipofisari.

Gli scienziati concordano su un punto fondamentale: il cervello “monitorizza” costantemente l’attività del sistema immunitario e ciò è dimostrabile dalla misurazione delle modificazioni dell’attività dei neurotrasmettitori cerebrali.

Alcune malattie neurodegenerative classiche, come l’Alzheimer e il Parkinson, ma soprattutto i disordini neurologici come la Sclerosi Multipla e l’Autismo [encefalopatia indotta dalle sostanze neurotossiche contenute nei vaccini], hanno alla base un’infiammazione mal controllata sostenuta dal sistema immunitario.

Poichè gli antigeni HLA di un individuo differiscono da quelli degli altri individui, ecco dunque spiegato perchè soprattutto i vaccini contenenti DNA estraneo e/o emoderivati di origine sospetta [al pari delle trasfusioni di sangue] espongono il ricevente agli antigeni HLA che gli vengono inoculati artificialmente. Questo accade perchè le cellule di DNA estraneo e/o emoderivati sospetti si comportano allo stesso modo di virus e batteri, stimolando e sovraccaricando il sistema immunitario del ricevente.

Le differenze antigeniche fra individui della stessa specie sono definite alloantigeni e l’esposizione ad alloantigeni comporta la formazione di alloanticorpi. Gli anticorpi che scaturiscono da un’alloimmunizzazione hanno la caratteristica di essere citotossici. Una volta fissati sulle cellule che possiedono gli antigeni corrispondenti, questi anticorpi determinano l’attivazione di un gruppo di proteine chiamate complemento, che fanno sempre parte del sistema immunitario, e che sono responsabili della lisi dei leucociti.

Proseguire a sbugiardare l’origine genetica dell’autismo, non è difficile!

Mentre i ricercatori proseguono a individuare localizzazioni in specifiche regioni cromosomiche alla ricerca dei geni dell’autismo: un ago nel pagliaio, è bene ricordare che gli antigeni HLA sono il prodotto dei geni di una particolare regione cromosomica localizzata sul braccio corto del sesto cromosoma.

Come riportato nella figura qui accanto, questa regione è suddivisa in quattro parti che, partendo dal centromero, sono nell’ordine: D, B, C, A.

La regione BCA contiene i geni che codificano per gli antigeni di classe I mentre i geni per gli antigeni di classe II sono contenuti nella regione D.

Interposto fre queste due regioni vi è un gruppo di geni non correlato con l’HLA. Esso comprende i geni per la frazione C2 e C4 del complemento, per le molecole Bf, per il TNF [Fattore di Necrosi Tumorale ] e i geni per la 21-idrolasi, enzima importante per la biosintesi degli ormoni corticosteroidei.

La regione HLA BCA è caratterizzata da un estremo polimorfismo. Ciò significa che, dello stesso gene, esistono numerose forme alternative o alleli. L’insieme dei geni HLA presenti in un singolo cromosoma è chiamato aplotipo. Poichè l’uomo è un organismo diploide e i cromosomi sono disposti a coppie, formate da un elemento di origine paterno e uno di origine materno, ogni individuo riceve due aplotipi, costituiti da quattro antigeni, uno per serie D, B, C, A.

Data la relativa bassa frequenza di ciascun antigene e il numero assai rilevante di alleli, ne risulta un polimorfismo eccezionalmente elevato sinora MAI evidenziato nell’uomo. Per questo motivo, dichiarare l’Autismo come “malattia genetica” è quanto di più antiscientifico al mondo e serve esclusivmente come paravento ai medici collusi alle case farmaceutiche per creare confusione nei genitori.

Anche se volessimo considerare le leggi di Mendel, che sono alla base della genetica e secondo le quali vengono definite le combinazioni degli aplotipi che sono trasmessi dai genitori ai figli, solo nel 1% dei casi si potrebbero osservare dei crossing-over che darebbero origine a una ricombinazione con la formazione di nuovi aplotipi.

Proseguire a ingannare i genitori non è più consentito!

Con i vaccini multivalenti dell’infanzia si inducono pericolosissime interferenze immunitarie e altrettanto pericolosi processi infiammatori, soprattutto a carico del cervello, che sono fonte di guai per l’organismo e compromettono ineluttabilmente la vita di un essere umano dal momento in cui esso viene al mondo.

Con la sentenza n. 258 del 20-23 giugno 1994 la Corte Costituzionale ricorda che è “necessario porre in essere una complessa e articolata normativa di carattere tecnico che individui esami chimico-clinici idonei a prevedere e prevenire possibili complicanze da vaccinazione“.

Solo l’Istituto Superiore di Sanità con la sua nota del 7 aprile 1998, ai quali si sono aggiunti i Decreti del Ministero della Salute del 17 aprile 1999 e del 18 giugno 2002, e il solito CDC nel 2002, non ritengono necessari a livello “routinario” nè la visita medica nè accertamenti invasivi pre/post vaccinali.

In realtà è estremamente utile, se vogliamo preservarci dai danni, esigere di giocare tutte le carte oggi a disposizione per conoscere lo stato immunitario del bambino che potrebbe essere sottoposto a vaccinazione.

Riproduzione riservata ©

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3 Commenti su HLA: la nostra carta d’identità biologica

  1. Signor Camillo stia attento ai vaccini perché si rischia moltissimo. Da anni ormai (sono un insegnante) una percentuale non trascurabile (intorno al 40%) dei ragazzi (dai 10 ai 13 anni) frequentanti le scuole presso cui insegno sono affetti da disturbi di vario genere (dai cosìddetti DSA fino ai bipolari per giungere alle allergopatie e a vari disturbi del sistema immunitario) che non possono non essere collegati al massiccio inoculo dei vaccini, purtoppo ancora una moda dilagante..

    Personalmente (ho 58 anni) ho evitato quando avevo 8-9 anni, su suggerimento del mio carissimo papà (era un militare di carriera), le vaccinazioni (pochissime, in quegli anni) ed oggi sono in buona salute senza alcunché..

  2. Buongiorno Sig. Camillo,
    nel ringraziarLa per la visita ricordiamo che noi non effettuiamo consulenze on-line.
    Pertanto, Le consigliamo di richiedere tutte le informazioni al pediatra di base.
    Siamo certi che il Suo pediatra conosce molto bene l’argomento trattato in questo nostro post.
    Cordialità

  3. vorrei avere maggiori informazioni specifiche circa gli esami HLA da fare ad un bambino prima dell’eventuale vaccinazione. Grazie

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