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Autismo causato da anticorpi materni: una gigantesca fallacia

macaco rhesusUn test per sei anticorpi nel sangue di una mamma in gravidanza potrebbe predire con più del 99% di certezza che il bambino è a rischio di autismo. Questo è lo slogan pubblicitario apparso in uno studio su Translational Psychiatry, dove i ricercatori riferiscono che il 23% di tutti i casi di autismo possono derivare dalla presenza di anticorpi materni che interferiscono con lo sviluppo del cervello del feto durante la gravidanza.

Tre piccoli particolari suscitano una certa dose di ilarità:

1. in questo studio si ha la pretesa di accostare il bambino alla scimmia rhesus, meglio conosciuta come macaco mulatto;

2. le gestanti in studio erano scimmiette e non “esseri umani”;

3.  il 77% di tutti i casi “umani” analizzati dallo studio ha smentito lo slogan pubblicitario.

Sorvolando sull’infelice accostamento scientifico bambino/macaco, questo slogan pubblicitario è particolarmente caro a una Consulente Tecnico di Parte [CTP] del Ministero della Salute che, durante le apparizioni nei vari Tribunali della Repubblica Italiana in cui è chiamata a sostenere gli interessi della propria bottega, riporta sempre lo stesso concetto basandosi su formule mistificatrici derivate da un paio di studi che riportano solo speculazioni.

Il primo studio è vecchio di 13 anni: The amygdala theory of autism.

Sul piano neuropatologico, gli studi autoptici condotti su cervelli di soggetti autistici, comparati con quelli di soggetti non autistici, hanno mostrato una aumentata densità e ridotte dimensioni delle cellule neuronali del sistema limbico [ippocampo, corteccia entorinale, amigdala, corpi mamillari, giro cingolato anteriore] e nel cervelletto. Ed il carattere delle lesioni suggerisce che le alterazioni di sviluppo cerebrale siano cominciate nel primo trimestre di gravidanza.

Il secondo studio del 2010 Autoantibodies to cerebellum in children with autism associate with behavior non aggiunge nulla di nuovo al calderone di ipotesi, francamente risibili, che associano le modificazioni fisiologiche materne

in occasioni di parti ravvicinati, traumi psichici e fisici, inquinamento ambientale aereo o alimentare da organo-fosfati, metalli-pesanti, defenileteri polibromurati che, mediante stress ossidativo, neuroinfiammazione, alterazione mitocondriale, potrebbero concorrere alla patogenesi dell’autismo.

Nella lista delle fallacie aggiungiamo questo lavoro pubblicato su Translational Psychiatry, dove sono descritti anticorpi specifici e maggiori dettagli sulla loro azione, che si basa su uno studio condotto precedentemente dagli stessi scienziati nel 2008 e descrisse per primo il gruppo di anticorpi nelle gestanti.

Questo studio è uno dei tanti promossi da Autism Speaks nell’ambito della ricerca traslazionale che sta coinvolgendo la patologia autistica. Gli stessi autori dichiarano che

Anche se ci sono molti vantaggi a studiare modelli murini per i Disturbi dello Spettro Autistico, il modello di primate non umano offre vantaggi unici traslazionali. I primati non umani, come i macachi rhesus [Macaco mulatto], mostrano molte caratteristiche della fisiologia umana, anatomia e comportamento, rendendoli così una specie ideale per studiare le malattie umane.

Ricordiamo che la ricerca traslazionale aiuta a trasformare la fase iniziale di innovazioni in nuovi prodotti per la salute, facendo avanzare l’innovazione al punto in cui diventa particolarmente attraente per un ulteriore sviluppo da parte delle industrie mediche, farmaceutiche o delle biotecnologie. In sostanza non c’è alcun interesse nel ricercare le cause della malattia ma l’unico interesse è incrementare la vendita di farmaci con particolare attenzione al mercato per i bambini.

Così facendo questi scienziati hanno studiato gli anticorpi nelle mamme di macaco e hanno trovato che gli anticorpi appartengono ad una classe di composti chiamati autoanticorpi [cellule del sistema immunitario che l’organismo indirizza – spesso erroneamente – contro le proprie cellule]. Gli scienziati non sanno perché o quando le madri producono questi anticorpi, che nella scimmia sembrano interferire con lo sviluppo normale del tessuto nervoso nel cervello fetale, con la crescita, la migrazione e la replicazione genetica.

Lo studio ha coinvolto 246 bambini autistici e le loro madri, oltre a 149 bambini normotipici, e questa ricerca bizzarra non poteva non fornire un risultato ampiamente negativo: il 77% delle madri di bambini autistici non presentava gli anticorpi e la presenza degli anticorpi non è associabile a una particolare forma di autismo.

La scelta infelice del macaco

Dal punto di vista scientifico, come descritto nel nostro articolo “Autismo: malattia della psiche o malattia del cervello?“, non vi sono grandi differenze tra il nostro cervello e quello dello scimpanzé, mentre c’è un’abissale differenza tra il cervello di entrambi e quello del macaco. L’aumento del volume totale cerebrale durante la prima infanzia e la fase giovanile negli scimpanzé e negli esseri umani è circa tre volte superiore a quella di macachi.

Todd M. Preuss e Mario Cacéres, dell’Università di Atlanta, studiosi dell’evoluzione del cervello umano, dimostrano che la differenza fondamentale tra il cervello umano e quello dello scimpanzé non sta tanto nei geni, sostanzialmente identici, quanto soprattutto nelle dimensioni della loro espressione.

I nostri geni cerebrali sono molto più attivi di quelli dello scimpanzé, soprattutto i geni che si riferiscono all’attività dei neuroni e quelli che comandano la produzione e l’utilizzo dell’energia. E questa iperattività, denominata sovraregolazione in gergo scientifico, sembra specifica del cervello: l’espressione dei geni del fegato o del cuore, infatti, nell’uomo e nello scimpanzé, non presenta differenze sostanziali. Questa attività di sovraregolazione è alterata nei soggetti autistici danneggiati da vaccino con espressione di “encefalopatia”.

Encefalopatia indica una malattia dell’encefalo su base tossica, metabolica, da disfunzione mitocondriale, degenerativa, che si realizza più subdolamente e si manifesta con progressiva perdita delle abilità cognitive, della concentrazione e comprensione, della capacità di parlare.

E’ infatti possibile che le molteplici porcherie presenti nei vaccini e anche i virus “attenuati” iniettati, tutti spiccatamente neurotropi, immessi nella profondità dell’organismo senza alcun contrasto dei meccanismi di difesa all’ingresso “naturale” della malattia, raggiungano il tessuto nervoso provocando una malattia lenta, cioè una encefalopatia, danneggiando il tessuto nervoso in modo meno veloce o grossolano, non visibile con perdita tissutale a Risonanza Magnetica cerebrale, ma sufficiente a provocare disturbi comportamentali e ritardo mentale.

Rispetto agli scimpanzé, gli esseri umani subiscono un massiccio boom nella crescita della sostanza bianca e nelle connessioni tra le cellule cerebrali nei primi due anni di vita. Questo spiega in parte perché l’uomo è più intelligente rispetto ai suoi più vicini parenti pelosi, ma rivela anche perché i primi due anni di vita svolgono un ruolo fondamentale nello sviluppo umano e purtroppo la maggior parte dei vaccini pediatrici sono somministrati senza alcun rispetto per il ricevente in questo lasso di tempo.

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