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La pertosse dilaga nonostante il vaccino

pertosseDopo i noti focolai epidemici di questi ultimi anni in Idaho, Cincinnati, California e North Carolina, dove era stata vaccinata il 100% della popolazione poi ammalatasi, il New York Times ha pubblicato recentemente un articolo affermando che il problema in merito all’aumento di casi di pertosse ha più a che fare con i difetti degli attuali vaccini piuttosto che con la resistenza dei genitori.

Quando una persona entra in contatto per la prima volta con una malattia infettiva, il suo organismo risponde a ciò che vede e come lo vede. L’organismo forma una sua immunità naturale sulla base di quell’esperienza. Il sistema immunitario presuppone che la prossima volta che incontrerà la stessa malattia, e verrà nuovamente sollecitato, agirà nella stessa forma e posizione.

Tuttavia, quando l’immunità di una persona è indotta chimicamente con un vaccino, si creano percorsi differenti dall’immunità naturale, e questi percorsi differenti provocano un problema. L’organismo vede ancora “la causa della malattia”, ma la diversa immunità non funziona come dovrebbe.

Nel caso dell’immunità naturale alla pertosse, per esempio, ACT [tossina adenilato ciclasi] costituisce la base della risposta immunitaria e, di fronte alla risposta immunitaria, è fondamentale per rimuovere i batteri su reinfezione.

Nessun vaccino può contenere ACT, perché è prodotta dall’organismo come parte del processo di malattia, e non si può riprodurre in una provetta da laboratorio. Pertanto, l’immunità creata da un vaccino antipertosse manca di questo fondamentale passaggio.

Quando una persona vaccinata contrae nuovamente la pertosse, i batteri possono trovare un terreno fertile perché non c’è nulla ad impedirglielo. Il sistema immunitario non risponderà più ad ACT in futuro perché il programma impostato dal primo vaccino è il contatto con l’ago, non i batteri.

I recenti articoli apparsi nelle ultime settimane rappresentano finalmente la conferma di quanto si afferma, e quello che i funzionari della sanità pubblica e gli epidemiologi conoscono da tempo: i soggetti vaccinati contro la pertosse sono portatori sani, diffondono i batteri e sono responsabili della maggior parte delle epidemie.

La nuova sorprendente scoperta pubblicata sulla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States of America [PNAS], pur non essendo applicata all’essere umano ma al babbuino, può fornire agli scienziati un altro indizio importante per comprendere il picco sconcertante nell’incidenza di pertosse in tutti gli Stati Uniti, che lo scorso anno ha raggiunto la quota più elevata negli ultimi 50 anni.

Il vaccino contro la pertosse fu introdotto negli anni ’40 sotto forma di vaccino cellulare [cioè con il batterio intero] che, a fronte di una ipotetica protezione più duratura, contribuiva a creare una sequela di effetti collaterali.  Negli anni ’90 è stato introdotto un vaccino acellulare, che contiene solo alcune “parti” del batterio responsabile della malattia, cioè quelli giudicati necessari a risvegliare il sistema immunitario. I vaccini acellulari contengono almeno due dei seguenti antigeni: tossina inattivata delle pertosse, emoagglutinina filamentosa, proteine delle fimbrie e pertactina.

Poiché i vari vaccini contengono antigeni diversi, è necessario usare lo stesso prodotto durante un ciclo di immunizzazione.

Il vaccino contro la pertosse è in genere combinato con quello contro difterite e tetano [DTaP], oppure nel preparato esavalente illegale. In entrambi i casi la vaccinazione contro la pertosse non è obbligatoria, e accogliamo con moderata soddisfazione la recente notizia diramata dalla Società di Igiene  nell’ottica di estendere la “non obbligatorietà” su tutto il territorio nazionale: una decisione che ha il sapore della sconfitta di fronte all’amara evidenza di un numero notevole di danni procurati nei bambini, che proseguono a rimanere nascosti sotto il tappeto dell’ipocrisia, a tal punto da dichiararsi soddisfatti di coperture vaccinali ben al di sotto dello slogan dell’immunità di gregge al 95%.

Inoltre, nel corso degli anni, i ricercatori hanno stabilito che i nuovi vaccini contro la pertosse perdono di efficacia, dopo circa cinque anni, e tutto ciò rappresenta un problema significativo che molti autori ritengono ha contribuito al significativo aumento dei casi di pertosse.

Ovviamente, per vederla dal lato dei procacciatori di vaccini, a causa della crescente incidenza, sempre più richiami [booster] sono stati aggiunti per compensare una “immunità calante”, e ora i bambini arrivano a ricevere circa 6 dosi di vaccino in 6 anni. Infatti, lo schema usuale prevede la somministrazioni delle dosi a 2, 4, 6, 15-18 mesi di età e una dose di richiamo all’età di 4-6 anni. Il tutto condito dal fatto che, come ricordavamo prima, il vaccino è somministrato in formulazione combinata con altri vaccini.

A tutto ciò dobbiamo poi aggiungere le nuove mode del momento, altre opinabili strategie di marketing, che raccomandano la vaccinazione:

  1. a tutti i membri della famiglia subito dopo la nascita del neonato allo scopo di “proteggere” la sua vulnerabilità. Pratica abbandonata velocemente a causa di inefficacia e preoccupazioni per la diffusione attiva della pertosse da parte di questi neonati;
  2. alle donne in gravidanza. Sembrerebbe avere un senso, giusto? Vaccinare la mamma affinché gli anticorpi passano al bambino prima che nasca, cosicché saranno protetti fino a quando potranno iniziare il programma di vaccinazione per tutta la vita.

Il problema è che queste idee pittoresche, così come sono proposte, non hanno alcun fondamento scientifico in una letteratura che ha ripetutamente sottolineato questo dilemma. Tra l’altro è paradossale dimenticare, più o meno volutamente, che la somministrazione preventiva di eritromicina per 5 giorni ha un effetto benefico nei bambini non vaccinati o negli adulti fortemente esposti. Inoltre, la letteratura scientifica riporta che:

  1. vi è una mancanza di prove che gli anticorpi materni transplacentari indotti dalla somministrazione di DTaP durante la gravidanza proteggono i neonati contro la pertosse [Pertussis antibodies in postpartum women and their newborns];
  2. poiché non è noto che sia correlato a protezione per la pertosse, è incerto che l’aumento degli anticorpi può essere considerato clinicamente protettivo [Effect of a prepregnancy pertussis booster dose on maternal antibody titers in young infants].

Mentre dalla bocca della verità, si fa per dire, del CDC si apprende che: “una donna vaccinata con DTaP durante la gravidanza probabilmente sarà protetta al momento del parto, e quindi avrà meno probabilità di trasmettere la pertosse al suo bambino.”

Tutte le “incognite“, i “se“, i “ma“, le infinite “probabilità” e le “incertezze“, rappresentano una franca ammissione che nelle valutazioni pre-marketing, la sicurezza della somministrazione di una dose di richiamo di DTaP alle donne in gravidanza non è stata studiata.

Tuttavia, questo non ferma il CDC nell’elaborare una raccomandazione olistica demenziale: “le donne del personale sanitario devono attuare un programma di vaccinazione DTaP per assistere le donne in gravidanza che non hanno ricevuto precedentemente la vaccinazione DTaP. Il personale sanitario deve somministrare DTaP  durante la gravidanza, preferibilmente durante la terza settimana o la fine del secondo trimestre [dopo la gestazione di 20 settimane]. Se non somministrato durante la gravidanza, DTaP deve essere somministrato immediatamente dopo il parto.

La saggezza del sistema immunitario è tale che l’infezione educa il corpo in un modo che non abbiamo completamente chiaro dal punto di vista scientifico [ignoranza biologica]. E’ molto di più di una semplice produzione di anticorpi e l’esposizione passiva, con individui infetti nella comunità, serve a rieducare continuamente, e “richiamare”, la risposta potenziale che tiene a bada la reinfezione.

I vaccini non fanno questo, non lo hanno mai fatto, e non potranno mai farlo. L’esempio del vaccino DTaP è un classico della perfezione!

E, se si consultano altri articoli scientifici in merito ad altre malattie, il risultato non cambia. Per esempio, in riferimento a precedenti epidemie di morbillo, troverete pubblicazioni accademiche in merito a “il paradosso del morbillo“. Un paradosso perché i soggetti vaccinati sono quelli che contraggono la malattia, mentre i soggetti non vaccinati presenti in molte comunità, con focolai attivi, non contraggono la malattia.

Un altro esempio è rappresentato dall’aumento dell’Herpes Zoster negli ultimi dieci anni, causato dal vaccino contro la varicella. Questo collegamento causale non è negato dalla letteratura accademica ed è stato anche previsto dai biologi matematici e dagli epidemiologi, oltre che confermato da uno studio finanziato dal CDC di Atlanta.

In conclusione, per ribaltare una delle tante frasi care ai signori pro-vaccino, se i bambini e gli adulti vaccinati sono in grado di diffondere la malattia, dovremmo ritenere tutti questi soggetti e i loro genitori legalmente responsabili per il verificarsi di focolai. Tuttavia, la mancanza di informazioni cui sono stati oggetto li solleva dalle loro responsabilità, al contrario dei funzionari della salute che proseguono a promuovere vaccini insicuri pur conoscendo la verità.

Nonostante gli sforzi enormi da parte dei media che ricevono sovvenzioni dalle industrie del farmaco, e anche dagli autori di riviste mediche allineate ad esse, che incolpano la popolazione non vaccinata, la verità è finalmente troppo evidente per essere ignorata.

Riproduzione riservata ©

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