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Autismo: fabbrica delle etichette delle cure mentali

Ogni qualvolta si accende il dibattito in merito alla correlazione tra autismo e vaccinazioni, un po’ qua e un po’ là, fioriscono articoli, e studi peggiori della carta straccia, che richiamano i saldi primaverili di pseudo terapie scientifico-psichiatriche da destinare ai bambini “etichettati” con Autismo.

Una storia breve ma intensa

L’Autismo Infantile regressivo, cioè quello che compare in bambini altrimenti sani dopo un periodo più o meno lungo di normale sviluppo psicomotorio è malattia moderna. Le prime segnalazioni risalgono al 1943. Era di assai rara osservazione al di fuori degli USA, sino agli anni ’80 quando si segnalarono le prime avvisaglie di quello che è diventato un incremento rapidamente progressivo, giunto oggi a 1 bambino ogni 68.

Sarà anche questa una coincidenza ben studiata ma, nella psichiatria ufficiale, il termine “Autismo” è stato introdotto molto lentamente. Infatti, uno degli strumenti nosografici [ovvero di “descrizione delle malattie“] come il Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders [DSM] dell’American Psychiatric Association [APA] nelle sue due prime edizioni [1952, 1962] non riporta il termine “Autismo” e i disturbi di questo tipo sono raggruppati nel concetto empirico di Reazione Schizofrenica di Tipo Infantile.

E’ nella Terza Edizione, DSM-III, pubblicata appunto nel 1980, dove figuravano un totale di 224 disturbi che, nella sezione inerente all’infanzia, fanciullezza ed adolescenza, furono aggiunti 32 nuovi disturbi mentali. Fra questi ricordo: Disturbo da Deficit dell’Attenzione ed Iperattività [ADHD], Disturbo della condotta, Disturbo dello sviluppo della lettura, Disturbo dello sviluppo aritmetico, Disturbo dello sviluppo del linguaggio, Disturbo Pervasivo dello Sviluppo e Disturbo dello Spettro Autistico [comprendente Autismo Infantile e Autismo Atipico].

In un’ulteriore revisione del 1987, DSM-III-R, furono elencati 253 disturbi mentali e nella categoria Disturbo Pervasivo dello Sviluppo fu considerato sia il Disturbo Autistico Atipico che il Disturbo Autistico propriamente detto, ovvero ciò che è parte integrante della moderna definizione di Autismo. Da questa definizione sono scomparse due terminologie chiave: “psicosi” e “infantile“.

La scomparsa del sostantivo “psicosi determina la definitiva distinzione dell’Autismo dall’entità clinica del concetto psicopatologico di “sintomo della schizofrenia“. E la scomparsa dell’aggettivo “infantile rappresenta la presa d’atto di un’evidenza che, per una qualche ragione di comodo, prosegue a sfuggire alle nostre Istituzioni sanitarie: l’Autismo non è solo “infantile“, ma è presente nella persona nell’intero “arco della vita” [maturità, età adulta, vecchiaia].

Nell’edizione successiva DSM-IV, pubblicata nel 1994, nella categoria Disturbo Pervasivo dello Sviluppo erano inclusi il Disturbo Autistico, il Disturbo di Asperger, il Disturbo Disintegrativo dell’Infanzia, la Sindrome di Rett e il Disturbo Pervasivo dello Sviluppo Non Altrimenti Specificato [PDD-NOS].

Nella recente edizione DSM-V, pubblicata nel maggio 2013, è stata abbandonata definitivamente la dizione Disturbo Pervasivo dello Sviluppo a favore della dizione generalizzata di Disturbo dello Spettro Autistico, abolendo le precedenti differenziazioni [specialmente fra Sindrome di Asperger e Autismo].

Alla luce di quanto evidenziato, non si comprende bene perché, nel nostro paese, dopo i 18 anni, i nostri ragazzi proseguono ad essere trattati come “malati mentali schizofrenici” da internare in chissà quale Istituto di Diagnosi e Cura dove accadono, sempre più spesso, situazioni vergognose, inumane, da codice penale, ancor peggiori dei vecchi manicomi. Tutto ciò con la compiacenza delle silenti Associazioni di settore, guarda caso, governate da psichiatri.

La fabbrica delle diagnosi e delle cure

Non ho conosciuto i manicomi; li ho solo studiati sui libri. Non ho fatto in tempo perché la Legge 180, trent’anni fa, li ha aboliti. Messi fuori legge. Illegali. Ora, la crisi mentale acuta trova soluzione con il ricovero nei Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura [SPDC], piccoli reparti collocati nell’indifferenza di un Ospedale Generale. Reparti uguali agli altri, messi apposta negli Ospedali Generali, mescolati ai reparti di Medicina, di Chirurgia, di Ortopedia, di Ginecologia, di Malattie Infettive. Solo così la persona affetta dal “mal mentale” non sarà messa all’indice, stigmatizzata, segregata, nascosta, come ai tempi dei manicomi. Questo, almeno, era l’intento dei legislatori della Legge 180.

Potremmo poi discutere, da qui all’eternità, sul perché hanno denominato questi reparti Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura. Come se si volesse enfatizzare che lo scopo del ricovero è fare per prima cosa “la diagnosi”, e dopo “la cura”. La cura, non la detenzione! Altrimenti li avrebbero chiamati Servizi Psichiatrici di Detenzione e Controllo.

Pare che in psichiatria sia fondamentale “la diagnosi“. Ma, come abbiamo visto nella breve e intensa premessa storica, la diagnosi in psichiatria è una banale questione grammaticale! Un modo come un altro per mettere il nome a un quadro clinico, a un fenomeno, così, dopo che gli hai trovato il nome, quel fenomeno ti pare meno ignoto.

La descrizione delle malattie psichiatriche è basata sul DSM americano, il Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders dell’American Psychiatric Association, e sull’ICD, l’International Classification Deseases, dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, ed è una pura convenzione nominalistica, di scarso valore oggettivo!

Una descrizione delle malattie che, unica tra le classificazioni mediche, non trova mai, per nessuna delle sue sindromi, un correlato eziologico che sia uno! Eppure li hanno cercati i markers delle cosiddette “disabilità mentali“, non è che non li abbiano cercati. Ma niente. Zero assoluto! I disturbi psichiatrici sono gli unici, in Medicina, senza un’eziologia definita, senza una patogenesi accertata, senza alterazioni anatomopatologiche, senza terapie mirate. Esiste solo un quadro clinico. Solo quello. Uno stare male, senza sapere perché.

Infatti, non esiste alcun modo, sulla base dei criteri diagnostici DSM e/o ICD, per distinguere una schizofrenia da una depressione maggiore, da un disturbo bipolare, da un disturbo di tipo autistico, o da un altro degli oltre 400 nomi inseriti nel recente DSM V.

Così è per l’Autismo, in cui sedicenti esperti pescivendoli, proseguono a fare il lavaggio del cervello ai genitori per distoglierli dalla realtà dei fatti, per assicurarsi ricche sovvenzioni alla loro bancarella d’associazione [a delinquere] e proseguire a lavorare in malafede, senza andare a fondo del problema organico, tossicologico, immunitario che riguarda soprattutto i bambini.

Purtroppo, volenti o nolenti, abbiamo a che fare con Neuropsichiatrie e Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura, servizi il cui primo scopo rimane, manco farlo apposta, quello di fare “la diagnosi“, cioè scrivere il nulla. Scrivere un nome che significa poco o forse niente.

E dopo “la diagnosi“, scopo della Neuropsichiatria e del SPDC è dare “la cura” per quel quadro clinico con quel particolare nome. “La cura“, va da sé, nei SPDC sono i farmaci e nelle Neuropsichiatrie sono variegate possibilità riabilitative, farmacologiche, finanche alla proposta di sottoporre il proprio bambino, come cavia-umana-sperimentale, a ricerche traslazionali [per aiutare le industrie a rimettere sul mercato brevetti scaduti di molecole obsolete] con rispolvero di elettroshock.

I farmaci sono somministrati ex adiuvantibus, come si dice, senza teorie eziopatogenetiche sulle malattie mentali. Anche l’elettroshock era ed è tutt’ora praticato [in gran segreto ma non troppo] ex adiuvantibus. Ogni tanto troviamo qualche pescivendolo che afferma che “funziona“. E ci sfido che funziona: toglie la memoria e il malcapitato si dimentica dei suoi guai. Anche la lobotomia era fatta ex adiuvantibus. E funzionava. Senza una parte di cervello chiunque era più calmo. Pure legare al letto gli aggressivi funziona. Non possono più muoversi e non possono più esercitare alcun movimento; nei casi più drammatici sono decedute delle persone per eccesso e abuso dei mezzi di contenzione. E’ così che procede la psichiatria: ex adiuvantibus!

Tuttavia, c’è un lato oscuro della psichiatria che si prefigge di affrontare problemi teorico-scientifici. Questo meccanismo sfocia nell’ideologia della diversità, dove il linguaggio intellettuale diventa patrimonio di una élite ristretta, una specie di confraternita di privilegiati che riescono a decifrare il messaggio e a scoprirne i riferimenti. Così facendo aumenta l’ambiguità della natura dei problemi, per effetto di fenomeni di devianza.

L’Autismo rappresenta un fenomeno di devianza, un prodotto causato dalla ipermedicalizzazione pediatrica della nostra società, che richiama numerosi investimenti nella ricerca sulle possibilità di controllo e di incapacitazione degli individui e delle categorie di persone in un contesto di medicalizzazione della devianza, in cui svolgono un ruolo primario [guarda caso] le neuroscienze e la genetica.

La scienza, volutamente con la esse minuscola, in questo caso, assolve al proprio compito, fornendo “codificazioni ed etichette” che consentano la netta separazione del soggetto anormale/deviato [il disabile intellettivo] dalla normalità.

Il fatto risulta evidente nell’alleanza originaria della psichiatria con la giustizia. Lo psichiatra, nell’espletamento del suo mandato professionale, è contemporaneamente medico e tutore dell’ordine, nel senso che esprime nella sua azione presuntivamente terapeutica, sia l’ideologia medica che quella penale dell’organizzazione sociale di cui è membro operante. Gli è cioè riconosciuto il diritto di mettere in atto ogni tipo di sanzione attraverso l’avallo che gli fornisce la scienza, per un arcaico patto che lo lega alla tutela e alla difesa della norma.

Per questo, nella nostra cultura, il fenomeno della devianza resta compreso nell’ambito di una conoscenza e di una pratica di natura repressiva e violenta, corrispondente a una fase di sviluppo del capitale in cui il controllo si manifesta ancora sotto forme arretrate e rigide, nello stigma dello psicopatico e del delinquente, dimenticando che in primo luogo abbiamo a che fare con bambini/ragazzi malati, sfregiati nel profondo del loro corpo da una pratica sanitaria totalmente irrispettosa delle suscettibilità individuali dell’essere umano.

Questo meccanismo è simile al gioco della porta girevole. SPDC e Neuropsichiatrie sono fabbriche di malattia. I loro primari sono solamente i direttori della fabbrica. Che ha una catena di montaggio cui badare. Uno psichiatra è un banale tecnico specializzato addetto a questa specie di catena di montaggio umana, dove il malato è la macchina biologica rotta [geneticamente difettoso], che deve essere aggiustato con la parola, con la relazione e con un po’ d’umanità, ma sempre con il giusto farmaco di condimento.

Le parole sono preziose e, come le terapie riabilitative, quelle si vendono a peso d’oro, le si conserva per lo studio privato, per i più facoltosi, meno gravi, meno malati, più colti, quelli più piacevoli da vedere [magari della stessa classe sociale del terapeuta].

Nelle SPDC e nelle Neuropsichiatrie basta il farmaco. E se non basta ci sono sistemi di contenzione. Ma se farmaco e contenzioni non ce la fanno, che si fa? Provate a indovinare. Accadono gli episodi vomitevoli di cronaca che, in alcune strutture psichiatriche, sono stati portati alla luce dal posizionamento di telecamere, così tanto indigeste agli operatori di settore più violenti … quelli che sono talmente frustrati da violentare nel corpo e nell’anima una persona malata. Ma non finisce qui.

Infatti, vi sono anche situazioni dove il paziente viene inviato di soppiatto, senza dirlo troppo in giro, in qualche casa di cura attrezzata per la terapia elettrica, terapia che [come hanno ricominciato a dire] fa tanto bene, se non altro perché toglie la memoria e la consapevolezza di sé. E così, per un po’ di tempo, l’internamento che non si può più fare [perché illegale] viene fatto lo stesso. Con questi stratagemmi, il malato viene internato ugualmente per qualche mese, così il medico si sente libero.

C’è poco da fare, hai voglia a dire che i manicomi non ci sono più. Il povero Basaglia si rivolterebbe un milione di volte nella tomba. Molti “medici della mente” continuano ad usare, nella loro pratica quotidiana, due misure, come facevano i loro colleghi di manicomio: “la cura violenta”, basata su farmaci e contenzioni, in Ospedale e “la cura tranquilla”, argomentata, spiegata, nel silenzio costoso del proprio studio privato. Ma non finisce qui.

Quale posto pensate occupi la psichiatria nel contesto politico generale?

Dipende da cosa si intende per politica e da cosa si intende per psichiatria. Personalmente trovo interessante ciò che afferma, a questo proposito, l’analisi di Ronald Laing

Per politica io intendo il sistema di controllo e la lotta per il potere: la lotta per il controllo e il potere non solo sui mezzi di produzione, ma sulle persone, che sono elementi essenziali in modo considerevole anche se non esclusivo. Penso che la psichiatria sia una branca della politica, in quanto è una tecnica che la nostra società ha sviluppato negli ultimi cento anni.

La moderna psichiatria è, infatti, un’invenzione dei tedeschi, come mezzo per esercitare un controllo sulla gente, sulla gente che vede cose che non dovrebbe vedere, pensa cose che non si vuole che pensi e esprime idee che non si vuole che abbia.

Si dice che chi non conosce la storia è condannato a ripeterla. Questo sicuramente si adatta molto bene alla psichiatria, le cui “cure” distruttive e soluzioni fittizie hanno continuamente provocato effetti devastanti sulla società. La psichiatria non si è evoluta lungo un percorso di tipo scientifico, ma solo perseguendo il potere economico e, in quanto strumento di controllo, quello politico.

La psichiatria è diventata una disciplina molto potente all’interno del nostro capitalismo avanzato, tecnologico e industriale dell’Europa occidentale e dell’America, essa ha un posto preciso nell’organizzazione di controllo necessario a mantenere in vita questo sistema. Per cui, in un certo modo, gli psichiatri sono una forza politica di élite. Di solito non portano l’uniforme; hanno quasi sempre rinunciato anche al camice e sono tecnologici sempre più spaventosamente efficaci nel controllare il comportamento che è fuori dal controllo, fuori dal controllo di altre persone e dell’individuo stesso.

Questo comportamento può non essere necessariamente dannoso se uno lo guarda da vicino [per esempio riferendosi al bambino] né per sé né per gli altri in senso immediato, ma risulta minaccioso per il mantenimento del sistema [perché poi il bambino cresce e diventa adulto].

Ecco quindi che un comportamento che sia sentito come minaccia per l’attuale natura del sistema, deve essere “trattato” in un modo o in un altro. Quindi si dice che il bambino/la persona è inadeguato/a nel proprio comportamento e deve essere punito/a oppure viene fornito un certo spazio e si afferma che questo bambino/questa persona non è responsabile del proprio comportamento, e nel qual caso necessita di “cura”.

Ma se curi qualcuno, ciò significa che sei delegato dalla società ad esercitare su un essere umano un potere persino più grande di quello che eserciti se lo punisci. Poiché ci sono limiti a ciò che si può fare a un carcerato in prigione, ma non ci sono limiti al trattamento cui si può sottoporre un malato in ospedale.

Il problema della psichiatria viene quindi a essere esplicitamente il problema del controllo delle devianze, come espressione della necessità di mantenere i limiti della norma all’interno di una situazione data come immutabile.

Il ruolo della tossicità chimico-biologica ambientale non viene nemmeno considerato dalla medicina che elettivamente si rivolge alle persone con problemi del comportamento. Di conseguenza anche la diagnostica “corrente” è limitata e cieca! Tutto quel che potrebbe indirizzare ad una diversa comprensione dei disturbi mentali, viene ignorato, ostacolato, oscurato, negato quando si sollecita di prenderlo in considerazione.

Per questo, nella cultura italiana, il fenomeno Autismo resta compreso nell’ambito di una conoscenza e di una pratica di natura repressiva e violenta, corrispondente a una fase di sviluppo in cui il controllo si manifesta ancora sotto forme arretrate e rigide, nello stigma dello psicopatico e del delinquente.

Chi porta addosso l’etichetta di malato psichiatrico, per definizione crea sconcerto e fa paura, quando invece dovremmo essere spaventati dalla crescente disinformazione, dalla malafede giornalistica, e dalla deriva farmacologica prospettata ai nostri ragazzi: la tangibile dimostrazione di una costante negligenza, assenza di supporto, abuso e violenza, in contrasto con la corretta promozione della qualità della vita, che ogni società civile dovrebbe assicurare ad ogni cittadino, in particolare ai più disagiati.

Riproduzione riservata ©

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1 Commento su Autismo: fabbrica delle etichette delle cure mentali

  1. Mi limito a commentare questa frase, che mi ha colpito perché rispecchia la mia esperienza in un ambito affine:

    Alla luce di quanto evidenziato, non si comprende bene perché, nel nostro paese, dopo i 18 anni, i nostri ragazzi proseguono ad essere trattati come “malati mentali schizofrenici”.

    Accade lo stesso con gli adulti disabili, malati rari o appunto con problemi psichiatrici: all’alba dei 65 anni, divenuti (per convenzione, che non è mai perfetta ma è necessaria) anziani, i servizi e le strutture specialistiche a cui hanno fatto riferimento magari per tutta una vita non hanno più titolo ad assisterli: per tutti, indistintamente, c’è il servizio sociale indirizzato agli anziani e l’RSA.
    Insomma, se non hai una malattia abbastanza nota e/o frequente, come può esserlo un Parkinson; finirai nell’insalata generica del deficit cognitivo. Ed eventuali problemi fisici correlati verranno tratti singolarmente, come fossero disgiunti dal problema primario. Senza alcuna volontà di capire cosa si ha davanti.
    (Certo, non sempre. Ma ci capiamo).

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