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Autismo e serial killer: dilaga la demenzialità

Oggi ho letto un paio di articoli, entrambi apparsi in un’altra piattaforma, che mi convincono sempre più dell’ondata demenziale che sta attraversando il pianeta della scienza [volutamente con la minuscola] in merito al Disturbo dello Spettro Autistico [DSA], volgarmente chiamato Autismo. Tralasciando il primo articolo dal titolo “I figli dei professionisti rischiano l’autismo?“, preferirei approfondire l’ennesimo segnale, pericoloso e carico di pregiudizio, riportato nell’articolo “Serial killer e autismo, scienziati indicano possibile legame“.

Tutto parte da uno studio apparso sulla rivista Aggression and Violent Behavior dal titolo “Fattori di rischio neurocomportamentali e psicosociali nei serial killer e omicidi di massa“. Secondo il team di ricercatori [delle Università di Glasgow, Goteborg e Aberdeen]

La ricerca sugli omicidi di massa e di serie si trova ancora in una fase molto rudimentale . Eppure, ci sono suggerimenti che, almeno in alcuni casi, problemi di sviluppo neurologico, quali DSA o trauma cranico possono interagire in una complessa interazione di fattori psicosociali per produrre questi esiti molto negativi. Sono richieste con urgenza nuove ricerche per comprendere i meccanismi alla base di queste forme di violenza estrema in modo che le strategie preventive possono essere sviluppate. Consigliamo che gli sforzi internazionali di ricerca collaborativa siano sviluppati utilizzando tecniche innovative prese in prestito dallo studio delle malattie rare. Inoltre, si consiglia che, in futuro, tutti i serial killer o di massa che vengono fermati devono essere accuratamente valutati con strumenti standardizzati per l’analisi dei disturbi dello sviluppo neurologico, tra cui DSA e trauma cranico. Idealmente, un registro internazionale di ricerca dovrebbe essere impostato per registrare queste informazioni, così saremo finalmente in grado di determinare con sicurezza la prevalenza, i fattori eziologici e le traiettorie di sviluppo connesse con agli omicidi seriali e/o di massa.

Il team di ricercatori giunge a queste conclusioni, in riferimento ai Disturbi dello Spettro Autistico, malgrado riporti correttamente un paio di affermazioni.

1 – Diversi studi di follow up suggeriscono che le persone con DSA non sono più propense a commettere crimini violenti rispetto alla popolazione generale, e può anche essere meno probabile.

Qui mi ripeto, ma non mi stancherò mai di scrivere e affermare che i soggetti “autistici” hanno molta più empatia, curiosità, immaginazione, ingenuità, sentimento, della maggior parte dei cosiddetti “normali”. E’ molto più facile che un autistico uccida se stesso anziché gli altri. Pertanto, certi scribacchini, prima di sparare articoli sensazionalistici, senza rendersi conto del danno, dovrebbero farsi spiegare a fondo, molto dettagliatamente, in cosa consiste la Sindrome Autistica, da persone realmente competenti, primi su tutti i genitori degli interessati.

2 – Nonostante questo, i media e i report della medicina accademica riguardanti i crimini violenti commessi da delinquenti con DSA sono serviti a generare un’associazione speculativa tra DSA e il comportamento offensivo.

E’ questa la sostanza della questione: un’associazione speculativa tra DSA e il comportamento offensivo è alla base della morbosa attenzione della psichiatria sull’infanzia. Tutto ciò non ha obiettivi sperimentali, se con questo termine intendiamo progetti di ricerca scientifica biomedica; lo stanziamento di fondi pubblici e privati per favorire lo sviluppo di tali ricerche ha lo scopo di diffondere sul mercato farmaci che agiscono sul sistema neurologico modificandone il funzionamento e lesionandolo definitivamente.

Nel mondo accademico, soprattutto statunitense dal quale stiamo importando i lati peggiori, vi sono moltissimi finanziamenti alle ricerche delle neuroscienze; vengono pubblicati risultati che sono ipotesi, nel senso che le dimostrazioni scientifiche sono pressoché nulle e per la loro diffusione, tramite comunicati stampa o articoletti di sottomarche, si utilizza un linguaggio tipico degli scoop giornalistici: dichiarazioni prive di cautela che potranno essere corrette tramite una smentita, anche se il danno è servito.

Si vuole a tutti i costi provare che ogni comportamento individuale potrebbe avere una base genetica: se la propensione al gioco d’azzardo, all’infedeltà coniugale, alla “devianza sessuale” [si parla anche di questa nello studio], alla depressione, all’aggressività o alla criminalità fossero iscritte nel DNA, si potrebbe modificare o correggere quella specifica molecola malata con il farmaco.

Tutto diventa un problema organico, anche essere onesti, avere gusto per la bellezza, non perdere il controllo, la sudditanza, la pazienza, l’inclinazione a spendere “oculatamente” i propri soldi. Poco importa alle neuroscienze del fatto che alcuni dei comportamenti oggetto delle loro ricerche, in società differenti dalla nostra, non si verifichino semplicemente perché non vi sono i presupposti culturali o che alcune negatività del nostro criterio culturale possano acquisire valenze positive perché ci si basa su tutt’altri standard di giudizio o che una stessa persona in una determinata fase della sua vita possa compiere scelte etiche che appaiono in contraddizione con altre più propagandistiche.

Al di là del business che circonda questa ricerca, arrivare a sostenere che gli individui sono e fanno tutto ciò che è scritto e preordinato dalla loro “etichetta” [per la quale sarà diffusa l’idea della “predisposizione genetica“] significherà annullare la capacità e la possibilità di ogni libertà di scelta. Non a caso il team di ricercatori

consiglia che, in futuro, tutti i serial killer o di massa che vengono fermati devono essere accuratamente valutati con strumenti standardizzati per l’analisi dei disturbi dello sviluppo neurologico, tra cui DSA e trauma cranico. Idealmente, un registro internazionale di ricerca dovrebbe essere impostato per registrare queste informazioni ….

In fin dei conti, a pensarci bene, è questo l’obiettivo di ogni potere, più o meno totalitario, e chi non conosce la storia del percorso distruttivo della psichiatria è condannato a ripeterla. Ancora una volta, vittime innocenti di questa crudeltà saranno i bambini.

La psichiatria sancisce la normalità e stabilisce, attraverso la definizione di patologie/etichette, le anormalità. Se fosse veramente una specializzazione della medicina, le patologie sarebbero comprovate da esami clinici; al contrario gli psichiatri stilano le loro diagnosi attraverso un giudizio “soggettivo” di “valutazioni comportamentali” e promuovono le loro “etichette” attraverso tecniche di “condizionamento culturale”.

I condizionamenti culturali ci portano sicuramente a modificare gusti, esigenze, interessi, e [dopo aver letto certe notizie] a guardare con diffidenza bambini autistici catalogati come “potenziali serial killer”.

Spero vivamente che molte altre persone, genitori, psicologi, pedagogisti, pediatri, sociologi, esprimano la loro netta contrarietà alla deriva degli abusi e delle speculazioni, denunciando un’arbitrarietà di metodo.

Riproduzione riservata ©

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