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Allarme prescrizioni psicofarmaci e anfetamine in bambini molto piccoli

Oltre 10.000 bambini statunitensi di età compresa tra i 2 e i 3 anni ricevono un trattamento farmacologico per curare il disturbo da deficit di attenzione e iperattività [Adhd].

Lo sottolineano i Centers for Disease Control and Prevention [CDC] in un rapporto da poco pubblicato. E come sottolineano gli esperti, la situazione è piuttosto allarmante: le linee guida pediatriche USA infatti non contemplano neppure la diagnosi di questo disturbo nei bimbi con meno di 3 anni anche perché efficacia e sicurezza dei farmaci in genere utilizzati per l’Adhd non sono state adeguatamente valutate in questa fascia di età.

Tuttavia, il Comitato dei Cittadini per i Diritti Umani afferma che il nuovo rapporto pubblicato dal CDC è solo la punta dell’iceberg per quanto riguarda la prescrizione di psicofarmaci ai bambini negli Stati Uniti. Infatti, secondo IMS Health, azienda leader d’informazione e analisi sanitaria nel mondo, sono più di 274.000 i bambini da 0-1 anni di età ai quali sono stati prescritti psicofarmaci fino a raggiungere l’incredibile cifra di 370.000 bambini.

Si tratta nella maggior parte dei casi di farmaci come il metilfenidato [noto con il nome commerciale di Ritalin, i cui effetti stimolanti sul Sistema Nervoso Centrale sono paragonabili a quelli della cocaina] e di anfetamine [come Adderall], utilizzati benché solo Adderall sia stato approvato dalla Food and Drugs Administration [FDA] per l’utilizzo in pazienti al di sotto dei 6 anni di età.

E in effetti le ragioni per dubitare del trattamento farmacologico in bambini così piccoli sono molte e sono soprattutto legate agli effetti collaterali: se infatti iperattività e impulsività diminuiscono, aumenta il rischio di sopprimere la crescita e di provocare insonnia e allucinazioni al bambino fino a istinti suicidari.

I medici che fanno tali prescrizioni per bimbi di 2 o 3 anni non tengono conto dello standard terapeutico e dovrebbero essere accusati di cattiva pratica medica se succede qualcosa ai bambini

spiega Lawrence H. Diller, pediatra comportamentale di Walnut Creek, in California.

Diverso invece l’approccio di chi approva l’utilizzo di questi farmaci anche nei bimbi più piccoli e che fa notare come l’uso off-label di metilfenidato abbia dato risultati incoraggianti in bambini di età prescolare tanto da indurre gli esperti della American Academy of Pediatrics ad autorizzarne l’uso anche in bambini di 4 e 5 anni. A patto però che prima siano state tentate, senza successo, altre vie come per esempio training ai genitori e agli insegnanti su come migliorare l’ambiente nel quale il bimbo vive e si muove. Tuttavia, le industrie farmaceutiche sono molto brave a diffondere messaggi mediatici che fanno leva sull’emotività, sugli obiettivi, e sulle aspettative dei genitori, a tal punto da trasformarli nei primi attori di un percorso che indirizza al trattamento farmacologico del bambino, secondo quanto conclude un recente studio pubblicato su Pediatrics.

Infatti, i risultati ottenuti indicano che se la preoccupazione principale dei genitori è il rendimento scolastico dei figli, la cura scelta prevede più spesso l’uso dei farmaci, come per esempio il Ritalin. Ma se i genitori si preoccupano di più per il comportamento dei loro bambini, allora il trattamento iniziale è con ogni probabilità la terapia comportamentale, seguita poi in seconda battuta dalla somministrazione del farmaco. Chi è causa del suo mal pianga se stesso.

Queste nuove linee guida non parlano di bimbi con meno di 4 anni di età perché iperattività e impulsività sono importanti e positive in questa delicata fase dello sviluppo e serve più tempo per capire se si è davvero in presenza di malattia

precisano gli esperti. E come afferma Susanna N. Visser, curatrice del rapporto, la situazione è complessa:

i consigli su come affrontare in modo non farmacologico il problema sono spesso ignorate dalle famiglie che si rivolgono al medico e che, troppo spesso, tornano a casa con la prescrizione di un farmaco che può mettere a rischio la salute dei bambini.

Comportamenti che, un tempo, sarebbero stati considerati compresi nel campo di normalità, vengono oggi abitualmente definiti come patologici da chi ha interessi nella promozione dell’uso di psicofarmaci nella popolazione infantile ed adolescenziale.

Noi contestiamo apertamente sia la validità scientifica che l’attendibilità degli attuali strumenti di diagnosi dell’ADHD e mettiamo in discussione l’etica implicita nella prescrizione di sostanze pericolose che possono dare dipendenza a bambini ed adolescenti.

Riproduzione riservata ©

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