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La cricca dei vaccini lancia segnali di paura

Se qualcuno oggi mi chiedesse perché ho scelto di fare il medico, francamente potrei raccontare tutte le esperienze e le confidenze collezionate nei miei trent’anni di carriera. Le scelte fatte in gioventù non sono quasi mai sufficientemente consapevoli e dettate da quella saggezza e quella lungimiranza che sarebbero invece necessarie. Tuttavia, quando mi sono laureato in Medicina, diventare medico era ancora un bel traguardo e forse le prospettive per i giovani laureati erano migliori di quanto non lo siano oggi in tempi di crisi. Sta di fatto che sono in pochi a confermare di aver trascorso momenti particolarmente esaltanti, soprattutto dal punto di vista della carriera. Fare carriera per un medico non è né semplice né scontato, specialmente in un Paese come il nostro dove il successo nell’arte della Medicina non dipende quasi mai (qualche eccezione c’è sempre per fortuna) dalla competenza e dalla preparazione. E se competenza e preparazione non sono poi così necessarie, è chiaro che le doti del medico di successo devono essere altrui. Quali? In primo luogo uno spiccato senso degli affari non guasta mai; poi ci deve essere la vocazione al “servizio” della corte di qualcuno importante – per esempio baronetti e grembiulini – che ti prenda sotto la sua ala e ti accompagni lungo la strada del successo, spesso al prezzo della propria dignità e molte volte anche della propria integrità psicofisica. Accade così che uno sparuto gruppo di persone, che risponde a tali caratteristiche, decide di fare leva sulla mente dei genitori ricordando che le sentenze di correlazione fra autismo e vaccinazioni si perdono quando entrano in gioco “proprio loro”, e arrivano a compiacersi del proprio operato, a danno di un bambino, con un anno di ritardo rispetto ai tempi in cui è maturato lo scempio. Questi sono segnali che il sottoscritto interpreta molto bene e dimostrano come le gambe tremano di fronte al timore che escano altarini che contribuirebbero a mettere ulteriormente a nudo il Re che servono questi signori. Per mia natura e fortuna non amo i compromessi e non ho mai sopportato l’idea che per fare carriera bisogna essere politicamente corretti, forzatamente simpatici a qualcuno che conta e soprattutto “disponibile”, nel senso più ampio del termine. Non posso né voglio negare la mia soddisfazione e il mio orgoglio di appartenere a quella minoranza di “Professionisti sanitari” che, preoccupati dell’attuale stato di degrado morale, civile e culturale della Medicina, si vogliono impegnare nella divulgazione, nella denuncia e se possibile nel cambiamento. Che la Medicina delle bordate vaccinali non curi, ma piuttosto rappresenti l’inizio di malattie croniche e neurodegenerative dalla prima infanzia – a tutto vantaggio di chi i farmaci li vende e li sponsorizza !!! -, alla fine sembra essere un problema per molti, come sembra non essere un problema il fatto che i farmaci fanno molto male e spesso uccidono quelli che si fidano troppo della chimica. La “malasanità”? Folklore, colore per i giornali a corto di notizie. Basta farci caso: la “malasanità” torna a galla quando la gente comincia ad andare in vacanza per poi sparire di nuovo fra le pagine dei quotidiani quando riemergono politica, cronaca e sport. E che volete che siano la corruzione dilagante nelle facoltà degli atenei nazionali, le baronie, il nepotismo, la gestione degli atenei e dei Dipartimenti da parte di “clan e famiglie” allargate ad amici, amici degli amici, amanti e perfino ex amanti? Ovviamente, queste cose non ci fanno più effetto da quanto siamo anestetizzati; dunque parlarne è del tutto inutile! E infatti non ne parlerò se non per mettere al corrente la gente e specialmente chi ha bisogno di trovare coraggio nelle cure, sui rischi che corriamo e continueremo a correre ad alimentare questo sistema basato solo ed esclusivamente sul potere del denaro e su tutto il peggio che dal denaro deriva. Fra i tanti lavori che ho avuto il piacere di svolgere c’è anche quello di “farmacologo clinico” per l’industria farmaceutica e questa mia esperienza, per quanto abbastanza breve e movimentata, è stata illuminante per la comprensione di come il “Sistema Medicina” funziona e quale grave pericolo incombe sull’incolumità e sulla vita di coloro che continuano a fare gli struzzi. Quello di farmacologo clinico è un lavoro importante nell’industria farmaceutica, perché è proprio questa persona che è responsabile della “sperimentazione clinica“. Gli esperimenti non si fanno solo sulle cavie di laboratorio, ma si fanno anche sui degenti negli ospedali e, ahimè, sui “bambini sani” che genitori inconsapevoli portano ai centri vaccinali. E’ vero che in ambito ospedaliero, nelle cosiddette “cliniche universitarie”, si conducono sperimentazioni in condizioni di (presumibile) maggior sicurezza rispetto a quanto non avvenga nei laboratori di ricerca scientifica in cui vengono allevati topi, cani, maiali o scimmie, ma si fanno anche (e soprattutto) negli ospedali. Per carità, nulla da eccepire se i farmaci in sperimentazione passano attraverso controlli attenti e ripetuti (la cosiddetta fase pre-clinica). Tuttavia, la realtà dei fatti dimostra che non è più così e i risultati sono testimoniati dalle cronache sempre più frequenti di clamorosi cartelli fra industrie (vedasi l’ultimo inciucio Norvatis-Roche per la questione Avastin) e clamorosi ritiri dal commercio erroneamente (e per convenienza) giudicati sicuri e che al contrario si dimostrano dei pericolosi veleni come una lunga lista di vaccini per l’infanzia. E’ interessante e significativo notare che le industrie dovendo scegliere, tra lo sviluppo di prodotti sicuri che comportano un impegno finanziario considerevole e prodotti meno sicuri oppure tra una ricerca seria in merito alle cause della sindrome autistica e il collocamento di farmaci inutili sul mercato, ma che promettono guadagni molto facili e garantiti, rivolgono il proprio orientamento senza troppi tentennamenti alla seconda opzione, apparentemente per nulla preoccupate di cosa ne sarà di quel numero di persone/bambini che pagheranno il pedaggio di un effetto indesiderato invalidante a vita o gravi effetti tossici. Questa considerazione dovrebbe guidarci e aiutarci ad osservare con obiettività un fatto di una semplicità e di un’evidenza – scientifica – imbarazzante: l’industria farmaceutica non può permettersi di lavorare e produrre per una comunità di individui senza malattie, perché una comunità e una società sana significherebbero la sua fine e la sua distruzione, il suo totale annientamento! L’industria farmaceutica ha bisogno di gente malata o di gente che, se non è malata, almeno lo diventi al più presto, a tutti i costi e possibilmente per la vita: solo così può garantirsi un futuro e una sopravvivenza. E questo grottesco mercato si traduce poi in una regressione culturale, scientifica e morale, non priva di conseguenze di tipo sociale e psicologico, al solo scopo di garantire profitti – e qui mi permetto di citare il collega Dott. Stefano Montanari – a taluni

sacerdoti blasfemi, simoniaci, prostituti, che riscuotono la maggiore attenzione e il maggiore credito a livello generale perché sono funzionali ad un sistema in cui la Scienza non si serve ma la si usa. Anzi, la si violenta per i propri non certo nobili interessi.

Quando c’è bisogno di un’opinione di peso su un prodotto riuscito male, o che non ha speranze di fare breccia sul mercato, o che trova resistenze molto forti – ogni riferimento alle vaccinazioni attuali non è casuale -, basta andare a trovare il “luminare” di turno e promettergli un bel po’ di quattrini; poi il “luminare” di turno può anche raggirare il Giudice “tecnico” di turno, e procedere a fare qualche conto in tasca. Questo permette il duplice giochetto di aggiungere alla brochure informativa risultati positivi della sperimentazione e sedare nel contempo le Procure che vogliono vederci chiaro sulla questione. Grazie alla consulenza del “luminare” che quasi nessuno osa obiettare. Alcuni si spingono fino a manipolare i dati su prodotti commercialmente scadenti poco prima della presentazione ad un congresso, semplicemente inventando o modificando a proprio piacimento qualche tabella e qualche grafico. Inoltre, non è affatto raro che talune notizie escono in concomitanza con periodi di vacanza, festività, ricorrenze “comandate” oppure date particolari che celebrano gli intrighi fra industria e potere politico. Penso con orrore ad una Medicina retta dai “manager” dell’industria farmaceutica e non solo perché ho acquisito una repulsione quasi fisica per le logiche (in realtà si tratta solo della logica del denaro) e degli individui che governano quel mondo, ma perché (e mai mi stancherò di ripeterlo) non è da lì che verrà la soluzione ai problemi delle persone bisognose di cure. L’idea stessa che si possa fare profitto sulla salute delle persone è un’aberrazione morale che ha già condotto a danni irreparabili; la scienza medica non è più basata sull’osservazione e sul ragionamento o, come vorrebbe, sulle “prove”, ma sulla necessità di alimentare il business delle industrie che producono farmaci e diagnostici. La ricerca, ormai sotto il controllo completo dell’industria, si preoccupa di fomentare il terrore per malattie inesistenti nella certezza di trovare sostegno da parte delle istituzioni accademiche e politiche con il solo scopo di garantire la sua sopravvivenza. Gli anni trascorsi ad esercitare la mia professione hanno fatto maturare in me la profonda convinzione che il sistema affaristico voluto, creato e sostenuto dai venditori di vaccini non solo sia dilagato, invadendo e pervadendo praticamente ogni aspetto della sanità, ma abbia finito, attraverso i media, la pubblicità, la sensibilizzazione dei governi e dell’opinione pubblica, con l’imporre uno standard economico, politico, sociale, scientifico e culturale basato solo ed esclusivamente sul denaro e sull’affarismo, trasformando così in maniera sostanziale anche la pratica delle professioni sanitarie in modo tale che soltanto chi sta al gioco degli affari sia consentito emergere e garantirsi futuro di carriera. Ho sempre creduto che interrogarsi sul perché di tutto ciò che si fa sia, specialmente nella pratica della professione sanitaria, un atto di coscienza e un segno di rispetto nei confronti dei malati; purtroppo però il conformismo (scientifico e culturale) imperante e la dittatura delle multinazionali richiedono che il professionista sanitario agisca come un automa, guidato da conoscenze dettate a tavolino, nella maggior parte dei casi, da interessi e individui che nulla hanno a che fare con la salute delle persone; e chi non si uniforma rappresenta un pericolo per il sistema, una mina vagante da disinnescare prima che emergano intrallazzi imbarazzanti. La mia curiosità e l’insofferenza che ho sempre provato nei confronti della conoscenza “confezionata” mi hanno spesso indotto a comportarmi come una mina vagante, e per quanto io non neghi il valore della fortuna e delle molte e diverse circostanze della vita, credo che nessun professionista che abbia veramente a cuore la salute della gente possa conformarsi ad una conoscenza modellata intorno al business dei farmaci. La tirannide rimarrà sempre schiava dei suoi interessi economici e i suoi manovratori saranno presto chiamati a doversi confrontare con documenti imbarazzanti cui nulla potranno ribattere taluni lacché.

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