Lo strano caso dei Consulenti Tecnici d’Ufficio deviati

Questo articolo nasce dal fatto che abbiamo notato spregevoli personaggi, in altre piattaforme web, che godono qualora sia negato a un bambino autistico danneggiato da vaccino il giusto riconoscimento di un diritto alla salute sancito dalla Legge previdenziale 210/92.

Per questo motivo sentiamo il dovere di lanciare un segnale ben preciso dedicato a tutti coloro che stanno consumando una serie di porcate a danno della salute dei bambini nella sede mascherata della Consulenza Tecnica d’Ufficio.

Requisiti fondamentali per il corretto svolgimento dell’attività di Consulente Tecnico d’Ufficio [CTU] sono:

  1. effettiva preparazione del Consulente su temi in oggetto di discussione
  2. imparzialità e indipendenza nel giudizio
  3. conoscenza della procedura
  4. competenza in materia di medicina legale

La nomina del Consulente risponde a criteri di necessità, poiché mira a colmare una lacuna conoscitiva del Magistrato, indispensabile per formulare una giusta sentenza. E’ palese che, quando questa attività è svolta da persone deviate e asservite a Farmindustria, vengono a decadere i requisiti fondamentali poc’anzi espressi.

E’ questo il caso che sta riguardando una corposa serie di cause civili, in tutta Italia, dove sono in discussione i casi sanitari di molti bambini danneggiati da vaccini, “etichettati” come autistici, come emerge da un’approfondita lettura delle cartelle cliniche in cui risultano evidenti omissioni e falsità ideologiche.

In questi procedimenti è impareggiabile l’atteggiamento di grande correttezza e superiorità delle famiglie che decidono di non ricusare CTU, pur avendone motivo, palesemente asserviti ai capricci di funzionari del Ministero della Salute, sempre pronti a piangere appena si ritrovano con risultati che contrastano con le loro aspettative negazioniste e censorie.

Di questi CTU asserviti possiamo tracciare in generale qualche esempio pratico: dal Professore universitario ben disposto a vendersi per una manciata di quattrini pur di scrivere falsità ideologiche, all’epidemiologo [ausiliario del CTU] che critica pubblicamente l’operato della Magistratura per la quale viene chiamato a svolgere attività [infondo per soldi ci si può anche contraddire], all’epidemiologo che promuove psicofarmaci in gravidanza [a volte coincide col precedente], al medico legale con conflitti d’interesse che partecipa a numerose campagne di vaccinazione, al medico del lavoro che promuove la pratica della vaccinazione di massa, al Professore universitario che collabora con una serie infinita di industrie farmaceutiche.

Considerata la particolare delicatezza e complessità delle indagini da compiersi è facile notare che, in tutti gli esempi descritti, vengono a mancare requisiti di indipendenza e imparzialità.

Forse l’estrema indulgenza nei confronti dei medici legali “simpatici al Ministero della Salute” ha convinto i più dell’inesistenza di disposizioni a favore delle vittime di una valutazione errata, dimenticando invece l’ampio campo di applicazione della norma penale nell’ipotesi di una consulenza pilotata: Falso in perizia [art. 373 cp], Frode processuale [art. 374 cp], Omissione di atti d’ufficio [art. 328 cp], Rifiuto di atti legalmente dovuti [art. 366 cp], Omissione di denuncia [art. 361 cp], Falsità in atti commessa da pubblico ufficiale [artt. 476-80, 493], Consulenza-patrocinio infedele [art. 380 cp], Peculato [artt. 314 ss] ecc. ecc.

Una consulenza falsata e pilotata, infatti, potrà orientare il Magistrato, la parte e la pubblica accusa per lo più ignari dello scibile medico verso intendimenti, a orientamenti e conclusioni erronee, rappresentando una fonte di possibile danno per il bambino a cui potrà non essere riconosciuto un diritto.
In tali casi è possibile prevedere una serie di responsabilità imputabili al consulente/perito, e tutti gli ausiliari di cui si sarà avvalso, per non aver saputo correttamente svolgere l’incarico affidatogli dal giudice con le possibili conseguenze [molto spesso ignorate o trascurate] che la Legge penale e civile specificamente prevede.

Anche il Codice Deontologico dell’Ordine dei Medici ammonisce i consulenti che

Nell’espletamento dei compiti e delle funzioni di natura medico legale, il medico deve essere consapevole delle gravi implicazioni penali, civili, amministrative e assicurative che tali compiti e funzioni possono comportare e deve procedere, sul piano tecnico, in modo da soddisfare le esigenze giuridiche attinenti al caso in esame nel rispetto della verità scientifica, dei diritti della persona e delle norme del presente Codice di Deontologia Medica” [art. 64].

In responsabilità civile non di rado, infatti, il CTU sottoscrive un accordo valutativo raggiunto tra le parti spesso estraneo al suo intimo convincimento sul caso, ritenendo tuttavia di aver agito nell’interesse del giudice ed ignaro di aver sottoscritto un “parere mendace…”, per il quale la Legge penale prevede all’art. 373 la pena della reclusione da 6 mesi a 3 anni, nonché l’interdizione dai pubblici uffici e dalla professione.

Analoga pena è prevista nei casi in cui il consulente/perito affermi “fatti non conformi al vero” ovvero nei casi in cui da un esame accurato della consulenza e da quanto dichiarato/provato dalle parti in causa si evidenzi un palese contrasto tra affermazioni e dati di fatto: esame obiettivo riportato vs visita effettuata, esami strumentali riportati vs esami realmente effettuati, esami di laboratorio descritti vs effettuati, discrepanza tra il dato storico riportato in perizia vs contenuto delle cartelle, ecc. ecc.

Si comprende, pertanto, l’importanza di una documentazione quanto più accurata possibile e riproducibile in un aula di tribunale attraverso testimonianze iconografiche o videoriprese, particolarmente utili, ad esempio, così da renderle visionabili agli altri consulenti eventualmente intervenuti anche a distanza di tempo. Ciò consentirebbe di salvaguardarsi da una accusa ancora più grave specificatamente sancita dall’art. 374 cp [“frode processuale”] che prevede la reclusione nei casi in cui il perito muti, dolosamente ed artificiosamente, lo stato dei luoghi e delle cose o delle persone nell’esecuzione di una perizia.

Tali norme sono ricomprese, peraltro, anche nell’ordinamento del codice civile [art. 64 cpc] che estende al consulente tecnico le disposizioni del codice penale relative ai periti, precisando inoltre che

il consulente tecnico che incorre in colpa grave nell’esecuzione degli atti che gli sono richiesti, è punito con l’arresto fino a un anno o con l’ammenda fino diecimilatrecentoventinove euro. In ogni caso è dovuto il risarcimento dei danni causati alle parti”, oltre agli inevitabili risvolti ordinistici quale può essere la sospensione dall’esercizio della professione [art. 35 cp].

Certamente ne scaturirà una oggettiva difficoltà nell’identificare i casi in cui, a fronte di una condotta imperita, negligente o imprudente, del perito/consulente possano ammettersi i presupposti per il riconoscimento di una colpa grave [art. 2236 cc]. Tuttavia, al proposito, specifichiamo che, pur non essendo univoca l’interpretazione in merito al concetto di colpa grave, possiamo interpretare la volontà del legislatore, identificandola con i casi di grave imperizia nell’esecuzione errata di atti routinari o di palesi errori in atti tecnici: errori nell’esecuzione di una tecnica o sua delega non autorizzata a terze persone, utilizzo di tecniche di indagine oramai considerate non più attuali, mancato/errato accertamento del nesso causale, confusione dei concetti di colpa, errore e complicanza, mancato prelievo di elementi chiave per la comprensione del caso, mancata/errata conservazione dei dati, mancata/idonea documentazione iconografica, ecc.

Fatto salvo per il comportamento “doloso”, la responsabilità del consulente tecnico appare ben configurata allorquando abbia redatto una relazione peritale erronea, dovuta a imperizia, negligenza, imprudenza, che induca in errore il giudicante arrecando danno alla parte.

Ecco quindi che rivestono grande importanza i dati riportati dalle cartelle cliniche. Infatti, il valore probatorio dei numerosi refusi presenti nelle cartelle cliniche, oltre che nell’eventuale decreto Ministeriale, comporterebbero pesanti riflessi sulla responsabilità professionale delle molte persone che valutano il caso clinico di ogni singolo bambino con notevole superficialità e indifferenza alle opportune segnalazioni dei genitori.
Proprio in quanto atti pubblici, le cartelle cliniche e il decreto Ministeriale, sono soggetti a speciale disciplina giuridica per ciò che riguarda l’obbligo della sua compilazione e la completezza dei dati che, in molte occasioni, sono volutamente omessi, e la qualifica di atto pubblico si riflettono sulla maggiore severità con cui è valutato in sede penale il delitto di falso commesso da chi redige l’atto.
Più precisamente la falsità documentale può essere qualificata sul piano giuridico come falsità materiale commessa dal pubblico ufficiale in atti pubblici [art. 476 C.P.] o come falsità ideologica [art. 479 C.P.] commessa da pubblico ufficiale in atti pubblici. Ciò anche quando il medico rivesta la qualità di incaricato di pubblico servizio [art. 493 C.P.].

Nella valutazione dei casi clinici di molti bambini autistici danneggiati da vaccino è palese la reiterazione della falsità ideologica dove gli atti, pur essendo materialmente privi di contraffazioni e/o alterazioni, contengono refusi e affermazioni non rispondenti al vero, lasciando trasparire la volontà di omettere dati clinici fondamentali. Infatti, anche a fronte di diagnosi sbrigative, le carenze di scrittura e le incompletezze nella compilazione costituiscono, di fatto, il fondamento di gravi censure.

Pertanto, sulla base delle argomentazioni fin qui esposte, si deve concludere che il CTU [e qualunque ausiliario da esso interpellato] risponde del danno causato indipendentemente da quale sia il suo grado di colpa.

Legittimato a richiedere i danni al Consulente Tecnico d’Ufficio è la parte che ha subito pregiudizio dall’opera del CTU volendo intendersi che potrà non esser necessariamente la parte soccombente a lamentare pregiudizi ma che potrebbe essere la stessa parte vittoriosa a ritenere di essere stata in qualche modo danneggiata.
Competente a decidere sulla eventuale azione risarcitoria è il giudice competente per valore e per territorio dovendosi escludere una competenza specifica del giudice presso il quale la consulenza è stata espletata.

Altra problematica è quella relativa alla possibilità di iniziare una azione risarcitoria avverso un CTU prima che il giudizio nel quale è stato chiamato a svolgere le proprie funzioni sia terminato. Orbene, benché ci siano decisioni difformi in tal senso, sembra condivisibile l’orientamento secondo il quale la legittimazione ad agire esista anche in corso di procedimento in quanto sussisterebbe l’interesse ad agire della parte danneggiata anche prima della conclusione del processo stesso.

Infatti, dal parere deviato formulato dal Consulente Tecnico d’Ufficio, scaturiscono ripercussioni di carattere patrimoniale ed extrapatrimoniale nel processo civile, per cui assume rilevante importanza che detta perizia si svolga secondo canoni tali da garantire il contraddittorio delle parti in causa, l’obiettività nella valutazione dei fatti, la possibilità, per le parti, attraverso i propri legali, di intervenire nell’elaborazione peritale, collaborando o contestando l’operato del CTU nel caso lo ritengano inidoneo. Inoltre, appare come negligenza del CTU anche la mancata acquisizione di documenti necessari alla formulazione del giudizio.

Va infine precisato che l’azione risarcitoria conseguente al dolo subito per opera del CTU viene intrapresa su iniziativa di parte e che il giudice, peritus peritorum, riguardo la consulenza da lui richiesta, è libero sia di recepirla, condividendone le conclusioni, sia di disattenderla [Cass. Pen., sez. IV, 9 dicembre 2003, n. 11516]. Inoltre, la recente normativa in merito alla responsabilità civile dei giudici apre nuovi orizzonti alle numerose famiglie impegnate nei procedimenti giudiziari e nei numerosi ricorsi che sono attualmente in corso in sede d’Appello contro il Ministero della Salute.

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