Evidence Based Medicine: un movimento in crisi

Sia il Journal of American Medical Association  [JAMA] che la Cochrane Collaboration sono concordi sul fatto che la Evidence Based Medicine [EBM] è ormai una vera e propria strategia di marketing, e quel poco che ha a che fare con la Medicina ha ben poco a che vedere con “scientificità”. Gli studi sono sistematicamente nascosti quando non forniscono i risultati desiderati, e ciò che è riportato tende ad essere selettivo. Il risultato è che i pazienti sono regolarmente trattati in base a ciò che Big Pharma vuole vendere.

Un recentissimo British Medical Journal ospita un articolo scritto da Trisha Greenhalgh della Barts and the London School of Medicine and Dentistry di Londra e del Centre for Evidence-Based Medicine dell’Università di Oxford dedicato alla crisi in cui versa la EBM, così distante dagli esseri umani e dalla loro complessità.

Le principali critiche rilevate dagli Autori sono diverse: le evidenze sul marchio di qualità sono state distorte dagli interessi aziendali condizionando, ad esempio, la pubblicazione dei soli risultati positivi; le linee guida che scaturiscono dalle evidenze non sono maneggevoli; i benefici statistici possono essere marginali nella pratica clinica; le linee guida possono non essere adatte in una medicina centrata sulla persona; le linee guida possono essere troppo povere se applicate ai pazienti spesso affetti da comorbidità.

Cosi gli Autori auspicano che l’EBM si orienti verso una “reale” EBM caratterizzata da comportamenti realmente etici, un forte rapporto medico-paziente centrato sugli aspetti umani della cura e sulla condivisione e che sia decisa dai protagonisti piuttosto che imposta da regole meccaniche. Le linee guida dovranno tenere conto di chi le utilizzerà, con quali finalità e con quali limiti. Gli editori dovranno esigere che gli studi soddisfino gli standard di utilizzabilità oltre a quelli metodologici. L’agenda di ricerca dovrà diventare interdisciplinare, abbracciando l’esperienza della malattia, la psicologia e includere l’interpretazione delle prove di efficacia, la negoziazione e la condivisione di elementi di prova da parte dei medici e dei pazienti. I pazienti, da parte loro, dovrebbero esigere prove migliori, presentate meglio, spiegate meglio e applicate in modo più personalizzato.

In conclusione, l’EBM non ha risolto i problemi che si proponeva di affrontare, quali i pregiudizi, l’occultamento di inefficacia o l’orientamento precostituito delle prove di efficacia. Così i cittadini vengono tiranneggiati da una gestione clinica impropriamente guidata da algoritmi, protocolli, direttive top-down e target di popolazione. Gli autori concludono chiamando ricercatori e pazienti a contribuire al dibattito che sarà ospitato proprio dal BMJ. Così l’EBM torna alle origini dell’EBM riscrivendo regole che erano già state scritte. Auspichiamo in una rinnovata lungimiranza.

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