Impact Factor: la favola di chi pensa di averlo più lungo ed invece se lo tira

Ora che è terminato il tempo delle bugie, e che è finalmente incontestabile il fatto che i vaccini causano autismo, affronto brevemente un argomento al quale si appigliano taluni promotori vaccinali, per diffondere aria fritta, ed anche taluni CTU che si avventurano nella scalata degli specchi insaponati pur di negare l’evidenza dei fatti.

Oggi illustro semplicemente, ad uso e consumo dei genitori, cosa è l’Impact Factor, più comunemente traducibile come “fattore d’impatto“, ovvero una di quelle tecniche usate da taluni ricercatori per raggiungere “il Santo Graal della fama e del successo” ma che, in realtà, ricorda tanto i tempi di scuola, con i maschietti compagni di classe che confrontavano il proprio Impact Factor per vedere chi l’aveva più grosso.

L’Impact Factor [IF] è stato elaborato nel 1955 da un chimico americano di nome Eugene Garfield. Qualche anno più tardi, nel 1960, Eugene Garfield fonda l’Institute for Scientific Information [ISI] per raccogliere i dati necessari a calcolare l’IF, quantificarlo, pubblicizzarlo, e propagandare la sua utilizzazione. Lo scopo che si proponeva l’ideatore era di facilitare ricerche bibliografiche che, a partire da un lavoro importante del passato, consentissero di identificare i lavori recenti che ne sviluppavano i risultati

Tuttavia, nonostante la ragione sociale così altisonante, l’ISI non è una fondazione o un’associazione senza fini di lucro, non ha come scopo la promozione della scienza o dell’informazione scientifica, ma è un’azienda privata che, come tutte le aziende private, ha come dovere principale e scopo ultimo quello di garantire guadagni e arricchire i soci.

E’ importante avere ben presente questo fatto perché l’azienda, dall’alto della sua posizione dominante sul mercato, come detentrice di un formidabile database sulle pubblicazioni e citazioni scientifiche, ha preso, come tutte le aziende, numerose decisioni dettate da interessi venali e basate su calcoli dei costi e dei benefici marginali.

Per quanto quest’azienda, attraverso un’intelligente e penetrante azione di propaganda, cerchi di difendere l’utilità generale delle sue decisioni, o la rilevanza per il singolo ricercatore, o per chi gestisce le biblioteche, dei suoi calcoli, dovete avere ben presente che i calcoli si riferiscono ai costi e benefici economici di un’azienda che non ha né il dovere né la vocazione di sostenere lo sviluppo delle scienze.

Certamente un indice aggiornato delle citazioni scientifiche può fornire uno strumento utile per seguire gli sviluppi di una problematica, di un settore molto particolare oppure di una disciplina. E per questo motivo è nato un archivio elettronico delle citazioni, denominato Science Citation Index [SCI].

Tuttavia, verso la metà degli anni ’60, l’esistenza di questo indice ha destato l’interesse di alcuni sociologi o storici della scienza esclusivamente per fini di lucro. Fu in particolare lo storico della scienza Derek De Solla Price, che si entusiasmò della possibilità di studiare gli sviluppi della scienza contemporanea con gli strumenti statistici quantitativi che gli erano forniti dallo SCI. L’interesse di Price e di altri autori fu utilizzato dai proprietari dello SCI come un’ottima occasione per un “marketing” mirato alle istituzioni scientifiche ed ai singoli ricercatori.

Maggiori sono le citazioni e maggiori sono i guadagni; maggiori sono le citazioni e i guadagni e maggiori sono le opportunità di successo e fama.

Nasce così il fenomeno boom del numero di citazioni che, proprio per questo motivo, vengono inserite negli studi esclusivamente per garantire fama e successo ai loro autori e fornire l’alibi di un contorno di spessore allo studio prodotto anche se, nella maggior parte dei casi, non si può nemmeno dire che chi cita un articolo abbia letto l’articolo citato, meno che mai che ne sia stato influenzato. Questa tecnica, solitamente sostenuta dagli editori che impongono un elevato numero di citazioni, viene definita come “imbottitura dell’Impact Factor“.

Parlare quindi di “fattore d’impatto” sulla ricerca scientifica dei risultati di un lavoro è, al giorno d’oggi, del tutto arbitrario.

Nel 1992 l’Institute for Scientific Information [ISI]  viene acquisito dalla Thomson Scientific & Healthcare, e diviene noto come Thomson ISI. A seguito dell’acquisizione di Reuters da parte di Thomson e la conseguente nascita del gruppo Thomson Reuters l’Impact Factor è ora un “prodotto” della Thomson Reuters Corporation, divisione Healthcare & Science, una delle più potenti e importanti società nel campo dell’informazione economico-finanziaria che, guarda caso, è quotata in borsa [controlla almeno il 34% del mercato, con il 33% detenuto da Bloomberg] e accoglie sponsorizzazioni anche da un bel gruppo di aziende farmaceutiche.

Attualmente nel mondo esiste un esercito di oltre tre milioni di ricercatori a pagamento.

Dal momento che i fondi sono alla base dell’esistenza e della sopravvivenza degli stessi ricercatori, si può ben comprendere come la tentazione di ipertrofizzare o addirittura falsificare i risultati sia molto forte, fino a giungere a vere e proprie situazioni di truffa, come è il caso della FRODE autismo-vaccinazioni al CDC,  anche perché nei laboratori e tra i laboratori esiste un’accesa competitività che tende a sfociare spesso in vere e proprie guerre: e come ben sappiamo, in guerra la correttezza e l’onestà sono considerate degli ostacoli.

Così, da qualche tempo, anche imbrogliare è diventata una scienza e si è venuta a creare una nuova disciplina, non così moderna come sembrerebbe, che il linguista Tullio De Mauro, coniando un neologismo, ha definito imbroglionica.

Si tratta di una disciplina d’avanguardia che non costituisce materia d’insegnamento, ma fa parte del conoscere degli scienziati. Essa non consiste nel rendere credibile l’incredibile e l’impossibile alla gente comune, come fanno astrologi, maghi e fattucchieri, ma nel rendere credibile l’incredibile  e l’impossibile ai propri colleghi. Il che è nello stesso tempo più facile e più difficile.

Più facile perché spesso gli addetti ai lavori sono stranamente più ingenui degli ignoranti. Ma imbrogliare gli scienziati è anche più difficile perché bisogna conoscere la materia e i dettagli delle tecniche sperimentali.

L’imbroglionica insegna, a chi non è scienziato, a camuffarsi da vero scienziato di successo, per imbrogliare altri scienziati, ed emergere nella massa degli oltre 3 milioni di ricercatori che oggi affollano i laboratori. Questi truffatori a loro volta convincono i giornalisti, i quali infine seducono le masse. Le quali masse non sono dunque le vere vittime dei falsi scientifici che, proprio per questo, non possono, a rigore, essere considerati come delitti contro la fede pubblica ma piuttosto truffe.

L’obiettivo reale è infatti costituito dagli scienziati che siedono negli organi statali di finanziamento della ricerca e che hanno il potere di decidere quali studi e quali ricercatori debbano essere sostenuti economicamente e con quanto.

L’imbroglionica inoltre spopola nel campo delle indagini investigative e peritali. Non solo ci sono circoli di amici, di periti e consulenti forensi, che davanti al Giudice fingono di non conoscersi e fanno le perizie e consulenze nel gioco delle parti, ma ci sono professionisti che si improvvisano scienziati senza aver mai letto un libro di scienza.

Come funziona la metodologia dell’imbroglionica?

Si inizia con lo scrivere numerosi lavori, rigorosamente ripetitivi e privi di originalità. Ma il trucco fondamentale è che tali lavori siano pubblicati su riviste indicizzate o con alto livello di Impact Factor: ovviamente per scrivere su tali riviste bisogna avere non solo conoscenze, ma anche scrivere in modo addomesticato quello che sicuramente verrà accettato dall’editore. Questo sistema aumenta le probabilità di frode perché, come scrivevo precedentemente, l’editore impone altresì all’autore di inserire un numero elevato di citazioni, esclusivamente per garantire Impact Factor alla propria rivista, pena il rifiuto della pubblicazione.

Una volta compiuto questo primo passo, sulla base di una discutibilissima autorità raggiunta in questo modo, si preparano progetti di ricerca e si richiedono fondi per attuarli. Ma poiché le ulteriori sovvenzioni sono strettamente collegate alla produttività, non pochi ricercatori [mercenari / frodatori] cominciano a manomettere o falsificare protocolli e dati di laboratorio per annunciare possibili “scoperte” che permettono di chiedere ulteriori finanziamenti.

Il fenomeno è talmente grave e dilagante, che contro quest’esercito di frodatori è stato necessario approntare un manipolo di investigatori denominati fraudbusters che, ironia della sorte, se solo si permettono di criticare “il sistema vaccinazioni” sono apostrofati col termine dispregiativo di antivaccinisti.

Purtroppo, per i consumatori, non tutte le frodi vengono scoperte; e non tutte quelle scoperte vengono denunciate, perché la comunità scientifica preferisce non dare scandalo, piuttosto patteggia nell’ovatta di un’aula di Tribunale, e pertanto facilmente molte di queste frodi non arrivano mai all’onore della cronaca. A volte invece lo scandalo è inevitabile e si cerca di ributtare velocemente tutta l’immondizia sotto il tappeto, come sta accadendo con l’attuale FRODE autismo-vaccinazioni al CDC.

Paradossalmente, mi si passi la battuta, se pensate bene al tanto screditato studio di Wakefield et. all. in merito alla correlazione vaccinazione trivalente MPR e patologie gastrointestinali nei bambini autistici, seguendo la logica perversa dell’Impact Factor, ovvero il maggior numero di citazioni, ad oggi rappresenta lo studio più autorevole al mondo in quanto ha raggiunto un elevatissimo numero di citazioni, sia nel bene che nel male. Eppure, questo studio è stato ritirato a causa del disturbo che generava all’attività criminale di Big Pharma, anche se le bugie hanno le gambe corte e dopo più di un decennio sta emergendo la cruda realtà dei fatti.

In definitiva, il cosiddetto Impact Factor è regolato dalla dura legge del mercato, piuttosto che dai Comitati Etici e Scientifici, ed è gestito da semplici agenti di borsa, che non mi risulta abbiano conoscenze scientifiche, ma sono ben ferrati nella logica del profitto e penalizzano i progetti che possono ostacolare i guadagni a favore di holding, case farmaceutiche o gruppi privati [per esempio con enormi interessi nel campo della genetica], con il chiaro intento di speculare sulla nostra salute e sulla salute dei nostri figli.

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3 Commenti su Impact Factor: la favola di chi pensa di averlo più lungo ed invece se lo tira

  1. … La scienza ricopre un ruolo ambivalente. Da una parte, fornendo le prove di efficacia, rappresenta l’unico riferimento certo su cui fondare le scelte appropriate, individuali e di politica sanitaria.
    Da un’altra parte, essendo oggi la ricerca clinica per lo più finanziata direttamente dall’industria della salute, sempre più spesso la si concepisce e la si conduce come ingrediente del marketing.

    Chi finanzia una ricerca può voler intervenire in alcune fasi per trarre dal proprio investimento i maggiori benefici possibili. D’altro canto gli autori dello studio appongono le loro firme per assicurare la scientificità di quanto hanno prodotto. Nel tempo i finanziatori delle ricerche hanno trovato alcuni modi per “addomesticare” la ricerca facendo salva la sua scientificità, facendo scelte ben finalizzate.

    Spesso le ricerche finanziate dall’industria non hanno lo scopo di dirimere un’incertezza e migliorare la pratica clinica. Piuttosto si vuole dimostrare a ogni costo l’efficacia del proprio prodotto (anche confondendo le carte).
    Come? Forzando alcuni strumenti metodologici che permettono di raggiungere gli obiettivi.
    Ad esempio, a ricerca conclusa è possibile modulare l’impatto dell’informazione facilitando la diffusione dei risultati positivi e ostacolando quella dei dati negativi, con una scelta oculata.
    ➡ Un modo per controllare la pubblicazione è quello di pubblicare un lavoro negativo su una rivista minore.
    Le riviste scientifiche infatti non sono tutte uguali: la loro importanza viene codificata dal numero di volte che un articolo viene citato da altri autori (impact factor o IF). Si farà di tutto quindi per pubblicare un articolo positivo su una rivista con alto impact factor, mentre ci si accontenterà di una rivista destinata a rimanere intonsa sugli scaffali per articoli negativi.

    Nel 1988 uno studio che dimostrava l’inefficacia della nifedipina (farmaco antiipertensivo appartenente alla classe farmacologica dei calcio antagonisti venduto in Italia dalla Bayer con il nome commerciale di Adalat)
    nel ridurre la mortalità in persone con infarto venne pubblicata sull’European Heart Journal (che era all’epoca di media importanza – IF inferiore a 3). La rivista di punta del settore, Circulation, aveva a quel tempo un’importanza molto maggiore (IF superiore a 6).
    La nifedipina fu prescritta normalmente fino al 1995, quando il National Heart, Lung and Blood Institute emise un comunicato in cui se ne sconsigliava l’uso. Cosa era successo?
    Pochi giorni prima erano state pubblicate due ricerche su JAMA e su Circulation sfavorevoli alla nifedipina.

    […]

    Rendere esplicito il conflitto di interessi dei ricercatori coinvolti in uno studio invia al lettore il messaggio “leggere con particolare attenzione”. La dichiarazione del conflitto di interessi (da dichiarare in calce allo studio) è ormai pratica diffusa e i dati sembrano confermare che in effetti raggiunge lo scopo: i lettori sono più critici e attenti e modulano il giudizio anche in base al tipo di conflitto (per esempio finanziamento dell’intera ricerca o solo borse di studio).

    Fonte: Istituto di Ricerche Farmacologiche “Mario Negri” – settembre 2008
    http://www.partecipasalute.it/cms/files/Cap2_Incertezza%20e%20conflitti%20di%20interessi%20in%20medicina.pdf

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