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Pseudoscienza: l’interazione in video potrebbe ridurre i rischi di autismo

Siamo di fronte a un altro di quegli studi senza senso, tanto per giustificare capitali investiti in pseudoscienza. Tuttavia, lo rendiamo noto ai nostri lettori.

Secondo uno studio appena pubblicato su Lancet Psychiatry, un intervento nel primo anno di vita con una terapia che impiega uno strumento video potrebbe ridurre il rischio di autismo nei piccoli che presentano sintomi prodromici, aumentando la capacità di interazione, l’attenzione e i comportamenti sociali.

Non è dato sapere quali siano i fatidici sintomi prodromici da considerare nell’arco del primo anno di vita, considerato che interazione, attenzione e comportamenti sociali variano sensibilmente da neonato a lattante, e da lattante a infante nell’arco del primo anno di vita.

I risultati dello studio indicano che l’uso di una videoterapia basata sul feedback, per aiutare durante il primo anno di vita del neonato i genitori a comprendere il suo stile comunicativo e a rispondere, potrebbe essere in grado di modificare l’emergenza di comportamenti e sintomi correlati all’autismo.

Se pensiamo che, di norma, i bambini con autismo iniziano a ricevere un trattamento riabilitativo a partire dai 3 o i 4 anni, questo studio mira a sfondare qualunque logica di vita e qualunque regola della follia.

Green e colleghi hanno reclutato 54 famiglie con un figlio autistico e con un secondo bambino, di età compresa tra 7 e 10 mesi, che per empiriche leggi di familiarità stabilite dalla non-scienza della psichiatri [qui ampiamente sbugiardate] ha la sfortuna di essere considerato a sua volta ad alto rischio di autismo, benché non lo sia affatto, e le hanno divise in due gruppi: metà hanno preso parte per 5 mesi a un programma di interazioni video denominato Video interaction for promoting positive parenting programme [iBasis-Vipp] con adattamenti specifici per l’autismo, mentre l’altra metà è servita come gruppo di controllo.

Alla fine dello studio, è stata osservata una lieve riduzione dei comportamenti e sintomi correlati all’autismo [stabiliti dagli autori] quantificata in media in 2,51 punti alla scala Aosi [Autism observation scale for infants], anche se gli stessi ricercatori sono i primi a sottolineare le ridotte dimensioni del campione, l’ampiezza degli intervalli di confidenza e – aggiungiamo noi – l’inaffidabilità conclamata dei test comportamentali condotti su infanti di età compresa tra 7 e 10 mesi.

In un editoriale di commento firmato da Catherine Lord, del Center for autism and the developing brain del Weill Cornell medical college di New York, si sottolinea che si tratta di uno studio rilevante, poiché offre un intervento “a bassa intensitàper bambini che al di là dell’eventuale diagnosi franca di autismo vanno incontro a difficoltà di vario genere. Ovvero, tradotto in termini molto semplici, “trattasi del nulla“.

Secondo questi sedicenti esperti, questo genere di intervento permette di offrire servizi che prendono direttamente in carico i bisogni, senza dover prendere molto precocemente decisioni riguardo alla diagnosi.

Basta evitare ai vostri figli la visione dei Teletubbies e/o di Peppa Pig ….. e avete risolto il problema.

 

Riproduzione riservata ©

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