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Pertosse: nuovo studio conferma le responsabilità del vaccino nella diffusione della malattia

Il passaggio a un vaccino per la pertosse creato artificialmente, con tecnica di ingegneria genetica, è responsabile dell’aumento dei casi di mortalità verificatisi per la malattia negli Stati Uniti. E’ quanto suggerisce e dimostra un nuovo studio a firma della Monash University, la più grande Università australiana, con campus localizzati in Malesia, Sud Africa, India e Italia.

I risultati sottolineano la necessità di condurre una ricerca simile in Australia e nel Regno Unito, sotto la supervisione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, dove i casi di pertosse sono entrati in una pericolosa spirale verso l’alto negli ultimi dieci anni, come afferma il Dr. Manoj Gambhir [Professore Associato presso la sede australiana della Monash University].

Questo studio rappresenta una pesante mazzata per le recenti prese di posizione del Governo australiano che vorrebbe tagliare i sussidi alle famiglie che rifiutano la vaccinazione, e speriamo zittisca il branco di pennivendoli nostrani che hanno ripreso la notizia nella speranza di reintrodurre l’obbligo vaccinale in Italia, dimenticando che per tutti gli atti medici – e la vaccinazione rientra fra questi – esiste la possibilità per il paziente e/o il suo tutore, sancita dalla Legge, di rifiutare il trattamento sanitario imposto in quanto le vaccinazioni non rientrano nella categoria dei “farmaci salvavita” e, per quanto sta sempre più emergendo in questi anni, anziché rientrare nella categoria dei “farmaci di prevenzione primaria” dovrebbero rientrare nella categoria dei “farmaci rovina vita” dei bambini e relative famiglie.

Nel 2012 e nel 2014 gli Stati Uniti hanno conosciuto il maggior numero di casi di pertosse dal 1955, dovuti ai difetti degli attuali vaccini piuttosto che alla resistenza dei genitori. Allo stesso tempo, c’è stato un cambiamento nel gruppo d’età colpito dalla malattia, dove il maggior numero di segnalazioni ha riguardato adolescenti fra i 7 e gli 11 anni di età.

Nel documento, pubblicato su PLoS Computational Biology, Gambhir e colleghi hanno utilizzato modelli matematici per rappresentare 60 anni di dati della “malattia pertosse e determinare ciò che meglio spiega questo aumento di casi nella popolazione vaccinata.

La loro ricerca evidenzia che il livello di protezione del vaccino acellulare, attualmente utilizzato, è inferiore a quello del vaccino a cellula intera utilizzato in precedenza. Per questo motivo, nonostante l’uso esteso dei vaccini, in molti Paesi si prosegue ad assistere, da oltre un decennio, al ripresentarsi della pertosse.

Gambhir afferma che il vaccino a cellula intera originale sviluppato nel 1942 è stato molto efficace, anche se è risaputo che questo vaccino aveva due grandi difetti:

Primo difetto

Il primo difetto di questo vaccino consiste nel fatto che non esiste una prova in grado di riconoscere in modo preciso le capacità immunogene nell’uomo e quindi la sua efficacia e la sua reattogenicità, nei singoli lotti.

Ne è prova quanto avvenuto durante l’esecuzione del Progetto Pertosse a cura dell’Istituto Superiore di Sanità, durante il quale si verificarono anche casi di bambini intossicati da mercurio contenuto nei vaccini che manifestarono comportamenti molto simili a quelli che certi medici associano alle diagnosi neuropsichiatriche; dove la causa è stata ben recepita si è lavorato per disintossicare il bambino con un evidente miglioramento della sua qualità di vita, dove si è ricorso agli psicofarmaci il percorso si è dimostrato a dir poco lesivo per il sistema neurovegetativo del soggetto e l’equilibrio dell’intero nucleo familiare.

Nello stesso periodo, anche in Svezia, il vaccino intero, messo a confronto con i vaccini acellulari, dimostrò una bassissima potenza, sia come immunogenicità che come efficacia.

Contro un’efficacia propagandata dall’industria farmaceutica, intorno al 90%, nelle due ricordate esperienze l’efficacia sul campo si ridusse a un misero 36% in Italia e 48% in Svezia.

Si può concludere quindi che con il vaccino intero non è possibile stabilire a priori la sua potenza nell’uomo, per cui non sappiamo, usando un vaccino intero contro la pertosse, se abbiamo a che fare con un preparto efficace al 100% oppure con uno a potenza ridottissima. E’ possibile saperlo solo dopo avere sottoposto migliaia di bambini alla vaccinazione, o meglio, alla sperimentazione in vivo con tutti i rischi connessi.

Secondo difetto

Il secondo difetto, altrettanto importante, risiede nella sua elevata reattogenicità.

Nei Paesi nei quali viene usato il vaccino cellulare [Olanda], si sente la necessità di migliorare la produzione, aumentando la potenza e la costanza dell’immunogenicità, grazie all’ottimizzazione dei processi di preparazione del vaccino.

Per aumentare l’effetto immunizzante è stato aggiunto ai vaccini un adiuvante, rappresentato, a seconda delle industrie farmaceutiche, da idrossido o da fosfato di alluminio.

A seguito dell’introduzione della vaccinazione, l’incidenza della malattia riportata negli Stati Uniti scese da 150 casi per 100.000 ogni anno prima del 1940, fino al punto di quasi eliminazione a metà degli anni 1970, quando c’erano solo 0,5 casi segnalati per 100.000 abitanti.

Ora, negli ultimi dieci anni, abbiamo assistito ad un aumento dallo 0,5 a circa 10-20 casi per 100.000. Questi numeri rappresentano la fotografia vista dalla metà degli anni 1950, a tal punto da fornire la netta sensazione che c’è un ritorno al periodo precedente all’introduzione dei vaccini.

Gambhir, che ha condotto lo studio con il Dr Thomas Clark dei Centers for Disease Control and Prevention [CDC], ad Atlanta, in Georgia, e il Professor Neil Ferguson, dell’Imperial College di Londra nel Regno Unito, afferma chementre il numero di casi rimane basso, la tendenza è al rialzo.

Il nuovo vaccino è responsabile

Gambhir afferma che, nel 1991, i ricercatori hanno sviluppato un nuovo vaccino per affrontare le reazioni avverse che il vaccino cellulare contro la pertosse causava in alcuni bambini.

Questo vaccino, noto come vaccino acellulare, utilizza particolari componenti dei batteri che si credono generare la risposta immunitaria, ma è essenzialmente creato artificialmente. E Gambhir afferma che l’impatto della variazione del vaccino è dimostrato dai dati. “Non si poteva notare un aumento immediato della pertosse” afferma. Ci sono voluti anni e numerose coorti di bambini che ricevessero tutte le dosi, per comprendere che il nuovo vaccino è responsabile del manifestarsi degli aumenti di malattia“.

Gambhir afferma che nonostante ciò l’efficacia del vaccino acellulare è ancora alta [circa 80% di protezione per le prime tre dosi] ma dimostra un calo significativo” quando confrontato con il vecchio vaccino a cellula intera.

Gambhir conferma che “mentre vi è un aspro dibattito sulle vaccinazioni, non è stata evidenziata alcuna riduzione del livello generale di vaccinazione contro la pertosse negli Stati Uniti.

Gambhir conferma che “anche se ci sono piccoli gruppi di persone che rifiutano il vaccino e tendono a vivere insieme in una rete sociale insieme, tutto ciò non può spiegare e giustificare l’aumento generalizzato della malattia.

La situazione in Australia

Gambhir sta lavorando con i colleghi dell’Università di Melbourne che stanno monitorando la malattia in Australia, dove il tasso annuo di pertosse ha colpito più di 100 casi per 100.000 abitanti negli ultimi dieci anni.

Mentre Gambhir afferma che “un test più sensibile in Australia dimostrerebbe i motivi dell’aumento, è abbastanza urgente produrre alcune spiegazioni in merito a ciò che sta succedendo“.

Il loro lavoro alimenterà anche una collaborazione con l’Organizzazione Mondiale della Sanità, affinché siano presi in esame i dati relativi alla pertosse negli Stati Uniti, Regno Unito e Australia, per stabilire se identiche tendenze sono evidenti in ogni paese.

Contro la pertosse sono state vinte alcune battaglie ma, ad oggi, è stata persa la guerra.

La pertosse non può essere controllata semplicemente con l’attuale programma di vaccinazione per diverse ragioni:

  • esiste una “popolazione finestra”, rappresentata dai lattanti dei primi 3 mesi, che, anche nella più attenta campagna di vaccinazione, rimane suscettibile [molto spesso a causa della scarsissima attività degli anticorpi specifici trasmessi dalla madre];
  • l’elevatissima contagiosità dell’infezione;
  • non esiste un indicatore clinico della malattia: la sintomatologia per 1-2 settimane, anche nei casi tipici, è vaga e sovrapponibile a quella di qualsiasi altra infezione delle vie aeree superiori;
  • la protezione della vaccinazione risulta limitata nel tempo;
  • il superamento della malattia non conferisce un’immunità duratura;
  • sono sempre possibili, nei Paesi “bonificati”, epidemie d’importazione da Paesi dove la pertosse è presente;
  • agenti patogeni differenti dalla Bordetella pertussis sono responsabili di sindromi pertussoidi che, ovviamente, non risentono dell’azione della vaccinazione [perché non esiste un’immunità crociata fra le diverse Bordetelle];
  • le ultime grandi epidemie negli Stati Uniti insegnano che “chi si vaccina è l’untore della malattia“.

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