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L’immunità del vaccino anti-pertosse cala con il tempo

E’ la stessa scienza ufficiale, quella che richiamano a gran voce i promotori vaccinali, a proseguire ad evidenziare che contro la pertosse sono state vinte alcune battaglie ma, ad oggi, è stata persa la guerra. Lo abbiamo ben descritto nel nostro capitolo dedicato al vaccino contro la Pertosse, corredato da numerosa bibliografia di alto livello, di cui consigliamo la lettura.

Terminavamo quel capitolo evidenziando ciò che ogni buon Medico conosce, e sarebbe anche tenuto a dire ai genitori che si avvicinano per la prima volta alla pratica vaccinale. Ovvero che la pertosse non può essere controllata semplicemente con l’attuale programma di vaccinazione per diverse ragioni:

  • esiste una “popolazione finestra”, rappresentata dai lattanti dei primi 3 mesi, che, anche nella più attenta campagna di vaccinazione, rimane suscettibile [molto spesso a causa della scarsissima attività degli anticorpi specifici trasmessi dalla madre];
  • l’elevatissima contagiosità dell’infezione;
  • non esiste un indicatore clinico della malattia: la sintomatologia per 1-2 settimane, anche nei casi tipici, è vaga e sovrapponibile a quella di qualsiasi altra infezione delle vie aeree superiori;
  • la protezione della vaccinazione risulta limitata nel tempo;
  • il superamento della malattia non conferisce un’immunità duratura;
  • sono sempre possibili, nei Paesi “bonificati”, epidemie d’importazione da Paesi dove la pertosse è presente;
  • agenti patogeni differenti dalla Bordetella pertussis sono responsabili di sindromi pertussoidi che, ovviamente, non risentono dell’azione della vaccinazione [perché non esiste un’immunità crociata fra le diverse Bordetelle];
  • le ultime grandi epidemie negli Stati Uniti insegnano che “chi si vaccina è l’untore della malattia“.

A tutto ciò, oggi, si aggiunge  uno studio pubblicato su CMAJ, il Canadian Medical Association Journal, l’attuale vaccino anti-pertosse, giudicato altamente protettivo nei primi tre anni dopo la vaccinazione [vaccinazione non significa immunizzazione assicurata], mostra una graduale riduzione di efficacia che tende a ZERO nei successivi sette anni.

Lo studio pubblicato su CMAJ ha analizzato il correlato di protezione offerto dall’attuale vaccino acellulare [DTPa], utilizzato in Canada dal 1997 e somministrato anche negli Stati Uniti, in Australia, Nuova Zelanda e gran parte dell’Europa, incrociando a livello di popolazione i dati sanitari con quelli della vaccinazione.

In totale i soggetti studiati sono stati 5.867, tutti nati tra il 1992 e il 2013, di cui 486 risultati positivi ai test sierologici della pertosse e i restanti 5.381 negativi.

A conti fatti i ricercatori hanno scoperto che la protezione era elevata nei primi tre anni dopo la vaccinazione, mentre la protezione diventava scarsa dopo 7 anni. Per dirla in cifre, le probabilità di ammalarsi a seguito della vaccinazione aumentano del 27% ogni anno, anche se il rischio complessivo resta minimo. Ma il dato interessante è che i bambini trattati con tre dosi del più recente vaccino acellulare [DTPa] hanno probabilità doppie di contrarre la pertosse rispetto a chi invece aveva ricevuto da giovane il vecchio vaccino cellulare [DTP] ottenuto da sospensioni di Bordetella pertussis, oggi non più utilizzato nei paesi occidentali per l’elevato grado di reattogenicità e l’incostanza del loro effetto sul campo, che ne ha suggerito la limitazione nella pratica vaccinale.

La scoperta che il vecchio vaccino cellulare [DTP] ha un innesco migliore rispetto alla moderna versione del  vaccino acellulare [DTPa] causa, di fatto, profonde implicazioni per la comprensione dell’efficacia del vaccino anti-pertosse, a tal punto che, alla luce di questi dati, in preda ad uno stato di confusione generale, gli autori azzardano il suggerimento di modificare l’attuale strategia di vaccinazione, includendo la vaccinazione in gravidanza [con tutti i rischi connessi], la reintroduzione del vecchio vaccino cellulare [DTP] nei bambini oppure ulteriori richiami dopo tre anni fatti con vaccino acellulare [DTPa] in bambini e adulti.

Però, ad oggi, ciò che l’esperienza medica insegna e ben documenta è che il vecchio vaccino cellulare [DTP], fin dal suo primo impiego, ha causato una costante presenza di effetti collaterali locali e generali, lievi e gravi.

L’abbandono da parte di molti Paesi, Italia compresa, del vecchio vaccino cellulare [DTP], è dovuto essenzialmente alla frequenza con la quale si verificavano effetti collaterali spiacevoli, alcuni dei quali di estrema gravità, espressioni di una sofferenza generalizzata, che elenchiamo brevemente a scopo puramente informativo:

  1. febbre oltre i 40,5 °C, insorta entro 48 ore dalla vaccinazione, in assenza di qualsiasi altra causa [1 caso ogni 330 dosi somministrate];
  2. pianto inconsolabile, di durata superiore alle 3 ore, o con tonalità insolita [stridulo, lamentoso], insorto entro 48 ore dalla vaccinazione [1 caso ogni 1000];
  3. collasso o sindrome ipotonia-iporesponsività [ovvero stato di shock] entro 48 ore dalla vaccinazione [1 caso ogni 1750 dosi];
  4. episodio convulsivo, quasi sempre accompagnato a febbre, entro 48 ore dalla vaccinazione [1 caso ogni 1750 dosi];
  5. reazioni allergiche di tipo anafilattico [1 ogni 50.ooo dosi];
  6. complicazioni neurologiche gravi, notate in passato con una frequenza e con una costanza che non possono lasciare spazio a dubbi. Il quadro classico consisteva nella comparsa dopo una delle prime tre dosi [fra i 3 e i 7 mesi di vita] di convulsioni febbrili di durata variabile, che si ripetevano nel tempo, con arresto e regressione sul piano psichico e motorio [questi sarebbero sintomi congruenti con una banale diagnosi di autismo]. Alcuni casi avevano esito fatale o lasciavano pesanti sequele neurologiche. La massima frequenza stimata fu di 1 caso ogni 3000 dosi].
  7. Sindrome di Dravet [epilessia mioclonica grave dell’infanzia], dovuta nel 70-80% dei casi a una mutazione de novo del gene SCN1A, un gene che fornisce istruzioni per la formazione dei canali del sodio a livello dei neuroni, essenziali per la trasmissione dell’impulso nervoso. In questi casi, la vaccinazione agisce come “innesco”.

Probabilmente, ripensando a tutto ciò, Nicole Le Saux del Children’s Hospital of Eastern Ontario, in un editoriale di commento, ammonisce che:

«Fino a quando non saranno disponibili vaccini con prolungata attività protettiva e con la capacità di creare immunità mucosale, è necessario ripensare l’uso del vaccino anti-pertosse, forse raccomandando un richiamo all’età di 10 anni o forse per tutta la vita. Ma a questo proposito non c’è ancora una risposta chiara».

 

Riproduzione riservata ©

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