Non solo Autismo, negli Stati Uniti aumenta anche l’ADHD

L’ADHD, cioè il disturbo da deficit di attenzione-iperattività, cominciò ad essere diagnosticato negli Stati Uniti negli anni Settanta [150.000 diagnosi].

Quando nel 1980 l’APA [American Psychiatric Association] incluse l’ADHD nel DSM, manuale statistico e diagnostico basato sul nulla che altresì ha la pretesa di specificare sintomatologie e terapie per le malattie mentali in assenza di specifici esami diagnostici e strumentali, la problematica venne riscontrata in modo crescente nei bambini in età scolare.

Nel 1994 il DSM-IV riportava ampi criteri diagnostici, ripetiamo, basati sul nulla, così nel 1998 la cifra delle diagnosi [per lo più basate su test farlocchi] interessò ben sei milioni di bambini in età scolare.

Oggi, secondo un’analisi pubblicata su JAMA Network Open e coordinata da Wei Bao, Professore associato di epidemiologia all’Università dell’Iowa, la percentuale di bambini statunitensi con diagnosi di ADHD, il disturbo da deficit di attenzione-iperattività, è salita dal 6,1% al 10,2% tra il 1997 e il 2016.

Abbiamo analizzato i dati di oltre 186.000 bambini e adolescenti raccolti dal National Health Interview Survey [NHIS] un’indagine annuale sulle famiglie americane condotta dai Centri statunitensi per il controllo e la prevenzione delle malattie [CDC]

scrivono i ricercatori.

E dai risultati di questo infinitesimale campione di studio emerge che nel 1997-1998 i pazienti tra 4 e 17 anni con ADHD erano 1.243, pari al 6,1% della corrispondente popolazione. Numero che nel 2015-2016 è aumentato a 1.880 casi, ossia il 10,2%, coinvolgendo al rialzo tutte le etnie, i generi e le aree geografiche.

Tuttavia, non tutti gli aumenti risultano uniformi: nel sottogruppo di genere, per esempio, nel 2016 il 14% dei ragazzi ha ricevuto una diagnosi di ADHD rispetto al 9% del 1997. Nelle ragazze le diagnosi di ADHD nel 2016 sono state il 6,3% rispetto al 3,1% del 1997

spiegano gli autori, aggiungendo che l’aumento di incidenza del disturbo varia in modo significativo anche nelle diverse aree geografiche.

I bambini nell’ovest degli Stati Uniti con diagnosi di ADHD sono stati il 7% nel 2016, mentre i casi incidenti nel Nord-est, Midwest o Sud, superavano il 10%. Nel 1997 la diagnosi di ADHD ha interessato il 5% dei bambini degli stati occidentali, mentre in altre regioni i tassi variavano dal 5,5% al 6,9%

conclude Bao.

E in un editoriale di commento Daniel Dicksteindel Bradley Hospital alla Brown University di Providence, Rhode Island, scrive:

Questi dati ci spronano a continuare gli studi per rispondere a molte incognite importanti, tra cui il miglioramento dell’efficacia diagnostica e terapeutica dell’ADHD nel mondo reale. Ma non solo: resta da capire perché i nostri trattamenti farmacologici e comportamentali sono abbastanza efficaci nel ridurre i sintomi chiave dell’ADHD, quali impulsività, disattenzione e iperattività, ma nonostante ciò alcuni ragazzi non raggiungono miglioramenti a livello accademico sul lungo periodo. Se la prevalenza dell’ADHD è in aumento, le risposte a queste e altre domande saranno sempre più importanti per i bambini e le famiglie non solo di oggi, ma di domani.

Come al solito gli autori terminano il loro lavoro con la tipica frase di rito, suggerendo la necessità di attuare ulteriori ricerche al fine di comprendere meglio le cause dell’aumento di ADHD.

Eppure non è difficile trovare le cause. Basterebbe pensare – per esempio – alla forte speculazione economica che si nasconde dietro questa diagnosi farlocca: le scuole sono sempre più medicalizzate e ricevono ricche sovvenzioni per ogni scolaro con ADHD e le multinazionali del farmaco guadagnano miliardi di dollari proponendo il loro farmaco [tutt’altro che] miracoloso.

Infatti, negli Stati Uniti appena si comincia a parlare di questa patologia è già disponibile la terapia: il Ritalin distribuito dalla Novartis [già Ciba Geigy su brevetto del 1954].

Il Ritalin non è altro che metilfenidato cloridrato, ovvero un potente stimolante del Sistema Nervoso Centrale, incluso dall’Organizzazione Mondiale della Sanità tra i 300 farmaci più pericolosi al mondo, mentre la Science and Technology Committee [una commissione che affianca il governo britannico nelle scelte in ambito scientifico] lo classifica tra le 20 sostanze psicoattive più dannose al mondo, insieme all’LSD e all’Ecstasy.

Le indicazioni rilasciate dalla Novartis sul foglietto illustrativo riportano che il farmaco può essere somministrato dai 6 anni d’età, ma ben sappiamo del malcostume dilagante con parecchi casi di prescrizioni a bambini di 2 o 3 anni, un fenomeno decisamente preoccupante.

La lista di effetti avversi è molto lunga: inappetenza, nausea, vomito, crampi gastrici, disturbi della crescita, disfunzioni ormonali, disturbi della crescita, danni neuronali, tachicardia, aritmia cardiaca e [ahinoi] arresto cardiaco.

Vi sono altresì molte problematiche correlate all’astinenza come insonnia, ansia, forte irritabilità e convulsioni. Si sono verificati addirittura numerosi casi di suicidio a seguito della sospensione del farmaco.

Ed anche in questi casi, come per i bambini danneggiati dai vaccini, quando i genitori si trovano a gestire queste pesantissime problematiche, molto spesso i medici diventano irreperibili: Ponzio Pilato docet!

 

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