2020: profilo psicologico dei venditori vaccinali

Dopo aver valutato in silenzio gli effetti devastanti causati dalla Legge 119/17, riguardante lo scellerato quantitativo di vaccini obbligatori da somministrare ai nostri figli, a distanza di quasi due anni, riprendiamo a scrivere le nostre considerazioni dedicando innanzitutto un pensiero agli improvvisati influencer dell’altra parrocchia, che spandono loffie, denigrano ed insultano. Insomma, per farla breve, sono rimasti i soliti buzzurri sovvenzionati da qualche industria farmaceutica in crisi d’identità e priva di argomentazioni di fronte al fallimento vaccinale che prosegue imperterrito (epidemie di morbillo in popolazione altamente vaccinata, epidemie di parotite in popolazione altamente vaccinata, numerosi casi di meningite in popolazione altamente vaccinata, aumento imbarazzante di decessi in età vaccinale).

Gli attacchi verso coloro che criticano questa scellerata pratica vaccinale, puntuali come cartelle esattoriali, sono spesso caratterizzati da un elemento che li lega tutti: una notevole inconsistenza dell’interlocutore riguardo la conoscenza dell’argomento criticato.

Polemiche di scarso spessore, portate avanti con una protervia degna di miglior causa, che però non incanta coloro che, come noi, hanno modo di diffondere una disamina documentata e molto puntuale dal punto di vista della propria esperienza clinica.

Per capire questi atteggiamenti a volte portati con la veemenza del teppista squadrista, una volta scartata la malafede, viene in nostro aiuto la Psicologia (con buona pace dei buri-o-ni di turno): infatti molto frequentemente le persone, quando decidono di affrontare un argomento nuovo e per larghi versi a loro sconosciuto, tendono a sopravvalutare le proprie capacità di divulgazione e soprattutto di comprensione.

Sono le conclusioni alle quali sono giunti Justin Kruger e David Dunning in un lavoro pubblicato qualche anno fa sul Journal of Personality and Social Psychology, voce ufficiale dell’American Psychological Association, e che hanno dato il nome a questo caratteristico atteggiamento psicologico.

Gli autori suggeriscono che questa sopravvalutazione si verifica, in parte, perché gli individui che non sono qualificati in questi settori subiscono un duplice onere: non solo queste persone raggiungono conclusioni errate e fanno scelte sfortunate, ma è la loro stessa incompetenza che li deruba della capacità metacognitiva di realizzarla.

Dopo avere sottoposto dei volontari a test specifici, gli autori hanno scoperto che i partecipanti che appartenevano alla soglia inferiore dei risultati avevano ampiamente sovrastimato le loro prestazioni e le loro capacità: mentre i loro punteggi li classificavano al 12° percentile, loro si stimavano in media al 62°.

Diverse analisi hanno collegato questa errata calibrazione in un evidente deficit nell’abilità metacognitiva o nella capacità di distinguere l’accuratezza dall’errore.

Come abbiamo scritto all’inizio, questa diventa una situazione irrecuperabile nel caso in cui il target degli individui in contrapposizione abbia finalità concrete (una necessità di visibilità, un tornaconto economico, vendere un prodotto, influenzare l’opinione pubblica, etc.); viceversa sono gli stessi autori del lavoro che riconoscono la possibilità che un aumento delle competenze metacognitive possa risolvere il problema.

Se il livello culturale e la voglia di confrontarsi positivamente lo consentono, è possibile che questi individui siano aiutati a riconoscere i limiti delle loro capacità.

Un motivo in più per essere ottimisti.

 

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